LUNEDI' 20 AGOSTO 2007 1
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UN CANTIERE DELLA CULTURA LUNGO TUTTO L’ANNO:

LE MOSTRE DEL MEETING

 

Lunedì, 20 agosto 2007, ore 11.00

Partecipano: 

Ermanno Benetti, Associazione Rivela di Verona; Eolo Bullo, Responsabile Associazione Culturale Il Fondaco di Chioggia; Alberto Savorana, Direttore di Tracce; Enrico Valvo, Responsabile Associazione Medicina & Persona di Siracusa; Andrea Zucchi, Presidente Spazio Service scarl di Piacenza.

 Moderatore: 

Carmelo Simone, Amministratore Delegato International Exhibition Service. 

 

 

MODERATORE:

Io sono Carmelo Simone, amministratore delegato di International Exhibition Service, una società costituita dal Meeting circa sette anni fa con lo scopo di facilitare e semplificare la diffusione delle mostre che vengono realizzate in occasione del Meeting. La nostra è una società di servizi che si occupa, oltre ad organizzare il noleggio della mostra, anche di offrire una serie di servizi aggiuntivi che in un certo senso semplificano il lavoro di chi ha il desiderio di presentare un evento culturale nella propria città: allestimento, organizzazione del materiale pubblicitario e tutto quello che può essere utile alla gestione dell’evento culturale, quindi anche la formazione delle guide e la fornitura di strutture allestitive. Oltre alle offerte delle mostre del Meeting, proponiamo anche servizi come la redazione delle mostre su temi ad hoc. L’obiettivo fondamentale di questo incontro è condividere questa esperienza, questo know-how che il Meeting ha accumulato in tanti anni: abbiamo invitato amici che negli anni hanno organizzato delle mostre, per aiutare noi innanzi tutto, e anche i presenti, a migliorare sempre di più questo lavoro. Passerei subito a presentare Ermanno Benetti che è il responsabile dell’associazione Rivela per raccontarci il suo lavoro con le mostre itineranti a Verona.

 

ERMANNO BENETTI:

Buon giorno a tutti, Rivela è una associazione nata a Verona qualche anno fa, che distribuisce le mostre del Meeting e le diffonde sul territorio, soprattutto a Verona. Rivela è nata perché fino a pochi anni fa a Verona si affittavano le mostre Meeting in vari paesi, parrocchie, associazioni, due o tre all’anno, alcune all’interno di sale delle feste paesane. Un’esperienza considerata da tutti molto bella, soltanto che c’era la difficoltà dell’aspetto economico e organizzativo, perché queste feste durano tre o quattro giorni e affittare una mostra diventa abbastanza impegnativo. Fino al 2002 c’era ancora la lira e mi ricordo che ci costava circa quattro milioni organizzare una mostra: e raccogliere quattro milioni andando a chiedere soldi alla pizzeria o al fruttivendolo o a qualche piccola banca, diventava abbastanza difficile. Allora abbiamo fatto una considerazione: come rendere possibile la diffusione di queste mostre, incrementarla se possibile, mettendo le persone nella condizione di poterlo fare? Ci è venuta l’idea di affittare una mostra per più tempo, anziché per una settimana, coinvolgere altri paesi, creare un calendario di più esposizioni e quindi distribuire i costi. La visibilità complessiva era maggiore ed era anche l’occasione per creare delle amicizie con  le persone che partecipavano e quindi dare una testimonianza di unità. Così abbiamo iniziato, all’inizio con due paesi che hanno condiviso tra loro questa esperienza della mostra, poi coinvolgendo altri amici del paese di Grezzana con una mostra su Madre Teresa, poi altri amici che avevano fatto una mostra sulla Cappella degli Scrovegni di Giotto. Insieme abbiamo deciso, a fine 2002, di costituire una associazione, Rivela, appunto.

Abbiamo iniziato affittando una mostra sul Messico e abbiamo fatto un calendario di nove paesi, da maggio fino ai primi di ottobre. L’anno successivo era nostra intenzione proseguire ancora con una mostra, magari incrementando di qualche paese, soltanto che le adesioni sono state molte più di quello che ci aspettavamo: con il passaparola ne abbiamo raccolte ventiquattro  e a quel punto abbiamo deciso di prendere due mostre. Quindi nel 2004 abbiamo preso la mostra di San Benedetto, la prima  dei monaci della Cascinazza e la mostra di Fatima. Nel 2005 altre due mostre, poi un’altra a parte su Caravaggio e su Marvelli, nel 2006 la Rosa Bianca, i Mosaici di San Marco e poi Raffaello. Quest’anno ci sono tre mostre itineranti in trenta paesi: Verona, Padova, Treviso, Castelfranco Veneto, Sforzè e Mantova, per un totale di trentacinque esposizioni entro l’anno. Cosa offriamo? La mostra, le strutture per poterla allestire, la pubblicità. Oltre i pieghevoli vengono date due locandine, una per l’esterno, una per gli interni, uno stendardo da appendere all’esterno dell’esposizione, la formazione delle guide. L’anno scorso per la mostra della Rosa Bianca c’erano 100 persone che si sono coinvolte nelle guide nei vari paesi. Viene dato anche un servizio di formazione specifica e, se serve, anche una presentazione ufficiale con gli assessori, il sindaco, ecc., con due persone responsabili culturali della mostra. Viene fornito anche il materiale per un banco libri.Tutto questo costa 450 euro. E’ successo che qualche paese non riuscisse a raccogliere questi soldi ma ha avuto la mostra ugualmente, perché a noi interessa che venga diffuso il messaggio di queste mostre. Il resto delle spese viene colmato con la sponsorizzazione: raccogliamo sponsor importanti anche grazie all’aiuto della CdO locale, riusciamo ad avere contributi dalle amministrazioni, e così via. Siamo anche riusciti a coinvolgere, per quanto riguarda la pubblicità, alcuni media locali: da radio Verona a tele Arena, il giornale locale diocesano Verona Fedele e Telepace. Volevo farvi vedere lo spot di quest’anno e il catalogo che presenta le attività dell’Associazione: ci sono elencate le tre mostre - quella di Cezanne, quella dei Cori Alpini e quella di San Benedetto -, i paesi, i numeri. Sono 30 paesi e 5 province, 6 mesi di esposizione, un numero complessivo di persone che partecipano molto alto, 20.000 visite guidate che vengono realizzate ogni anno e 300 volontari.

Poi ci sono gli eventi: questa è la presentazione della mostra di Mozart che abbiamo fatto lo scorso anno in città, con il presidente della provincia di Verona, la signora che taglia il nastro è il sindaco di Castelfranco Veneto…; questa è la rassegna stampa dell’anno scorso, 60 segnalazioni su  stampa e su web. Un momento importante è la scelta delle mostre: ogni anno, finito il Meeting, ci riuniamo e scegliamo i titoli per l’anno successivo. Alle mostre colleghiamo un titolo. Potete vedere quello di quest’anno, è: “Il bello è tale per rendere affascinante il lavoro, il lavoro perché si risorga”, una frase di Norwich,  che ci sembra interessante perché va a sintetizzare gli argomenti delle mostre di quell’anno. Attorno alla mostra di San Benedetto, per esempio,  è stato fatto un convegno. Avete visto la rivista di Rivela, che è nata da un paio d’anni, quasi per caso. Il primo anno abbiamo fatto un’assemblea con i vari paesi per raccontarci un po’ le esperienze belle che erano nate. L’anno successivo abbiamo creato un piccolo giornalino, che condensava un po’ tutte queste esperienze perché, con tanti paesi, diventava interessante poterle raccontare. Da due anni abbiamo creato una rivista un po’ più bella: ne faremo un numero all’anno, viene distribuita gratuitamente all’interno delle mostre.

La cosa interessante è che tante persone che non conoscevano direttamente l’esperienza nostra si sono coinvolte. Abbiamo scoperto che la mostra è uno strumento eccezionale e viene riconosciuto tale anche da chi, magari, non è proprio vicino all’esperienza che stiamo facendo ed è un’occasione per abbattere qualsiasi pregiudizio, un’occasione di missione… Ci sarebbero molte cose da raccontare: noi non siamo specialisti della cultura, siamo persone che fanno lavori normali, io mi occupo di arredamento, ci sono impiegati, pensionati, due persone che insegnano. Ci siamo trovati cinque anni fa con il desiderio di testimoniare la bellezza incontrata, senza paura e cercando di dare tutto quello che avevamo. Ma quello che sta accadendo è molto più di quanto pensavamo, è un grande spettacolo, come quello dei pani e dei pesci: se uno dà, quello che Cristo fa è veramente incredibile. Grazie.

 

MODERATORE:

Bene, passo la parola all’amico Eolo Bullo, responsabile dell’ Associazione Culturale il Fondaco.

 

EOLO BULLO:

Buongiorno. Attraverso una mostra del Meeting ci siamo conosciuti, abbiamo capito che potevamo fare qualcosa di importante e ci siamo associati. La prima mostra ci è stata proposta da un amico comune che aveva in mente di fare qualcosa a Chioggia: lui era presidente del Rotary Club nel 2003  e mi ha chiesto se ero disponibile a fare questa attività, perché aveva visto la mostra del meeting su Michelangelo e voleva proporla a Chioggia, coinvolgendo però gli studenti delle scuole medie-superiori, in modo che ne fossero i responsabili. Di comune accordo ci siamo messi in contatto con le varie scolaresche, per vedere se erano disponibili a fare questo percorso assieme a noi. Durante il periodo invernale, i ragazzi, accompagnati da un docente di storia dell’arte, hanno preso possesso del percorso didattico della mostra, attraverso il libriccino che viene dato insieme alle mostre. All’inaugurazione abbiamo fatto partecipare anche il curatore della mostra, che ha fatto una relazione agli alunni e ai vari ospiti. Su questa esperienza è nata la mia associazione, Il Fondaco di Chioggia, una  compagnia che incontra perché noi abbiamo sempre pensato che la cosa più importante era incontrare l’artista e i ragazzi che lavoravano. Negli anni successivi, abbiamo proposto Michelangelo, Caravaggio e Cezanne. Abbiamo continuato a lavorare con il meccanismo dei ragazzi che venivano istruiti durante l’inverno da questo docente di storia dell’arte, e poi facevano la spiegazione. La cosa che più ci ha entusiasmato è stata raggiungere l’obbiettivo di vedere i ragazzi delle scuole medie che, con un coinvolgimento anche dei docenti e dei dirigenti, facevano questa attività. Siamo riusciti anche ad ottenere crediti formativi per questi ragazzi, che potevano uscire da scuola per venire a fare da guida ai propri colleghi durante la mattina. Le mostre si sono dimostrate un bene di cui usufruire e un importante occasione di incontro con l’artista e le sue opere, sotto la guida di qualcuno che ti aiuta a comprendere ed a interpretare cosa l’artista ha voluto esprimere, perché tante volte, se si lascia il percorso da visitare senza qualcuno che ti segue e ti spiega, la mostra può risultare difficile.

Vi do i risultati di queste esperienze. Il Michelangelo è stato fatto a Palazzo Grassi a Chioggia  ed ha avuto più o meno 2.500 presenze; Il Caravaggio è stato fatto a Palazzo Lavagnà ed ha avuto più o meno 3.000 visitatori, mentre la mostra di Cezanne è stata fatta, sempre a Palazzo Grassi, con 3.000 visitatori. Le mostre sono state allestite in  questi palazzi storici, molto prestigiosi, e visitate dalle scuole di ogni ordine e grado. I numeri che vi ho dato non comprendono le scuole, sono visitatori occasionali. Una cosa che ci ha veramente entusiasmato e colpito, è stato vedere i ragazzi  emozionati ed entusiasti nel guidare gli stessi compagni di scuola. Sull’onda di questa esperienza, abbiamo costituito l’associazione Il Fondaco. Sembra una cosa astrusa, ma è in pratica un palazzo della nostra zona che una volta faceva da magazzino e deposito, successivamente è stata la casa tipica delle nostre località, Venezia e Chioggia. A Venezia, per esempio, tuttora sono esistenti il fondaco dei turchi, il fondaco dei greci, il fondaco dei tedeschi, oggi destinati ad altre attività, un museo o le Poste di Venezia. In queste strutture originariamente venivano ammassate le merci provenienti dalle varie località per essere smerciate. Come la presenza di tante persone dava l’occasione ad incontri di popoli, culture e religioni diverse, l’associazione vuole riprodurre quello stesso incontro e dialogo: per questo investe tempo e fantasia nel guardare la realtà in tutte le sue numerose sfaccettature. E’ un impresa abbastanza ardua, non facile però stimolante. Mi piace ricordare la frase di Oscar Wilde che abbiamo utilizzato proprio nella seconda nostra attività e che ci caratterizza un poco: “Si possono insegnare tante cose ma le cose più importanti non si possono insegnare, si possono solo incontrare”. Ecco perché la nostra compagnia si chiama Il Fondaco, “una compagnia che incontra”, perché certe cose si possono solo incontrare. Su questo presupposto, insieme alle mostre, dal 2005 abbiamo unito un’altra attività. L’associazione ha sentito la necessità di incontrare una serie di personaggi che, sulla base di un filo conduttore tratto dal titolo della mostra, ci portassero a conoscere nuove realtà e nuove idee. Così è nata anche l’attività “Chioggia incontra”. Abbiamo incontrato Monica Maggioni, Khaled Fouad, Magdi Allam, Camille Eid, Padre Bernardo Cervellera, Giovanni Rana e Roberto Ippolito. Poi Vittorio Sgarbi, Pier Francesco Ghetti, Giuliano Segre, Don Mauro Inzoli, Marco Bersanelli, Piero Benvenuti e Luca Granzotto. Nel 2007 ci sono stati Davide Rondoni, Daniele Di Pace, Riccardo Mazzoni, Ernesto Olivero e don Oreste Benzi, Cesare Bullo, don Ubaldo Orlandelli, Diego della Palma, Antonella Boralevi, Carlo Rimini, Alessandro Meluzzi, ecc.

Le persone che hanno partecipato a queste serate  ci hanno fatto conoscere le loro idee su argomenti che proponevamo in relazione al tema della mostra. Le serate sono state gratificanti perché abbiamo avuto modo di conoscere anche la parte più umana delle persone invitate durante la cena prima delle serate. Tutte queste iniziative sono state rese possibili grazie ai positivi rapporti con le istituzioni, banche, aziende che hanno creduto in noi  e ci hanno permesso questa attività. Se l’avere a disposizione le mostre è stato importante, non ci siamo mai sentiti semplici ripetitori e imitatori del Meeting, quanto una presenza culturale nella città, che conta sull’aiuto di amici ma gioca chiaramente una proposta in prima persona.

 

MODERATORE:

Passerei ora la parola a Enrico Valvo, responsabile di Medicina e Persona di Siracusa

 

ENRICO VALVO:

Buon giorno a tutti, io sono un medico ospedaliero, non un organizzatore di mostre. Ho incontrato l’associazione “Medicina e Persona” circa sette anni fa e mi ha interessato il modo in cui viene affrontata la problematica del lavoro e dell’incontro di uomini al lavoro. Così, dopo qualche anno di vita nell’associazione nazionale, abbiamo pensato di creare una sede locale di “Medicina e Persona” a Siracusa. E’ stata istituita quattro anni fa e conta circa trenta soci tra medici e infermieri. In uno scenario di profondo malessere e insoddisfazione nella classe medica e infermieristica, l’obiettivo che fin dall’inizio ci siamo posti è stato svolgere un ruolo costruttivo rispetto alla realtà del lavoro ed essere strumento di valorizzazione della persona umana, dell’intelligenza e della professionalità nel nostro campo: ma prima di tutto, cercare di riscoprire il valore del rapporto tra operatore sanitario e paziente. In questo lavoro è stata determinante la compagnia che da sempre ci è stata offerta dai nostri amici del centro, dal nostro presidente e da diverse persone con cui abbiamo collaborato.

In un intervento al Meeting del 2005, il regista Avati riportava la frase di un noto psichiatra che recitava così: “Solo se si riesce ad immettere in una professione ordinaria il senso di una vocazione e di una dedizione, si riesce a restituire questa professione al suo più profondo valore, alla sua dignità più profonda”. Ho riletto recentemente questa affermazione e mi sembrava che descriva efficacemente quel tentativo di presenza che da anni stiamo tentando nel nostro ambiente, in particolare una posizione umana continuamente da riscoprire  e da riaffermare, in un contesto invece ambientale in cui generalmente imperano il tecnicismo e la burocrazia e, ultimamente, una drammatica solitudine. In questo lavoro di comunicazione e di presenza  all’interno dell’ambiente ospedaliero e sanitario in generale, ci ha molto aiutato in questi anni proprio l’esperienza dell’organizzazione di alcune mostre del Meeting che, in qualche modo, fossero legate alla nostra attività sanitaria. Così abbiamo organizzato, nel corso degli anni, la mostra su San Giuseppe Moscati, quindi un incontro con questa eccezionale personalità del secolo scorso ed in seguito la mostra Il bene e il bello. I luoghi della cura, che è stata importante perché abbiamo scelto di allestirla nella hall del nostro ospedale. E’ stata sicuramente una grossa occasione di incontro con colleghi, con operatori sanitari ma anche con la nostra dirigenza aziendale che, in qualche modo, ha colto in maniera assolutamente chiara il contenuto, l’obiettivo e il significato della nostra presenza all’interno dell’ospedale. Da lì poi sono venute fuori delle esperienze di collaborazione molto interessanti.

Più recentemente, dopo aver ascoltato la presentazione di un nostro amico, Giorgio Bordin, della mostra Curare e guarire - occhio artistico, occhio clinico, che credo sia stata presentata nel 2005 al Meeting, ho avvertito la grande occasione culturale che questa mostra rappresentava. Attraverso uno splendido percorso espositivo di circa 51 pannelli, questa mostra fa infatti percepire l’esistenza di un filo conduttore, di un giudizio che si rileva nello sguardo dell’artista che sembra dire che, di fronte alla drammaticità della condizione di malattia, l’uomo sa documentare l’esperienza di una positività. E qual è questa positività? Spesso il bisogno,  la domanda di guarigione, non può essere realizzata ed esaudita, quando la malattia non è curabile: ma in questa mostra si descrive come la positività rimanga nella possibilità di un incontro tra l’operatore sanitario e il paziente. In questo senso, l’occhio clinico dell’artista riesce a cogliere la possibilità di una solidarietà umana, cioè l’idea del fare compagnia all’uomo sofferente. Questo viene documentato nella mostra attraverso quadri in cui si evidenziano gesti di amicizia di condivisione e si traduce poi in una grande occasione di assistenza all’uomo malato.

Avere sentito la presentazione e aver visto la mostra mi ha suscitato un interesse enorme: quando ne ho parlato con i miei amici, abbiamo subito avvertito quale provocazione culturale potesse venire nel nostro ambiente di lavoro e abbiamo così deciso di metterci in moto per tentare di realizzare questa iniziativa, cioè l’allestimento della mostra a Siracusa. Occorreva decidere le date, scegliere una sede idonea per allestirla, soprattutto avevamo  il problema economico di ricercare fondi per allestire la mostra, partendo da una situazione di cassa che era praticamente a zero, anche per precedenti iniziative che avevamo fatto. Questo non ci ha scoraggiato, perché la possibilità di comunicare un’esperienza ai nostri colleghi era troppo stimolante; anzi, questa difficoltà economica ha messo in moto le nostre energie di intelligenza e intraprendenza. E’ stato, già questo, il primo effetto positivo: di fronte all’obiettivo di un tentativo di testimonianza, uno si mette in moto per cercare di capire come affrontare la questione. Abbiamo fatto domande di contributi alle varie amministrazioni, ma senza grossa speranza anche perché i tempi burocratici delle amministrazioni sono tempi biblici, per cui aspettiamo ancora risposta, Abbiamo avuto una risposta positiva solo dalla amministrazione comunale che ha messo a disposizione dei locali - c’è una sede prestigiosa, un antico palazzo nel centro storico di Siracusa - e ha coperto le spese di tipografia. E’ stato importante metterci in moto per cercare degli sponsor tra le ditte e le aziende, sia in campo commerciale  che turistico, tra amici e non, che potessero essere interessati a sovvenzionare un’iniziativa di questo tipo. E vi assicuro che all’inizio sembrava una sfida, perchè sappiamo tutti le difficoltà economiche che ci sono a livello commerciale, a livello aziendale e la fatica di convincere dell’utilità di investire dei soldi per sponsorizzare un’iniziativa culturale.

Devo dire che questa fase è stata interessante: abbiamo preso contatti e abbiamo incontrato diverse persone. Dieci aziende hanno aderito a sponsorizzare la manifestazione. A questo punto ci è sembrato interessante riempire lo spazio della mostra di un contenuto che andasse al di là della mostra stessa: infatti abbiamo organizzato una settimana di incontri e di iniziative, che hanno contribuito ad arricchire il programma della mostra. Siamo riusciti così a fare un incontro di presentazione con Giorgio Bordin, abbiamo realizzato un concerto polifonico inaugurale e un incontro-testimonianza che avesse  una relazione con il tema della mostra. In particolare, abbiamo ospitato a Siracusa il dott. Mario Melazzini, che tra l’altro sarà ospite  del Meeting in uno dei prossimi giorni. E’ stato un momento assolutamente significativo, perché la sua testimonianza di medico, ma anche di malato di una grave, invalidante malattia cronica, ha suscitato una emozione e un entusiasmo nel capire come il valore della vita vada vissuto in qualunque circostanza e condizione; è stato un segno ed una provocazione per tutti quelli che erano presenti. Un altro momento determinante è risultato anche il coinvolgimento di una agenzia di servizi che, assieme a noi, si è coinvolta. La società Kairos, è una agenzia che si occupa di organizzazione di itinerari turistici e religiosi a Siracusa, ci ha dato un grosso contributo nell’organizzare la manifestazione e soprattutto ha curato la parte pubblicitaria: spazi su giornali e televisioni, interviste con noi organizzatori e con gli ospiti, resoconti sui vari momenti della settimana che è diventata un momento importante della vita culturale cittadina.

Abbiamo verificato come sia possibile, quando un’idea e una provocazione suscitano interesse, mettere a disposizione energia e intelligenza per realizzare ciò che sta a cuore. Infatti la bellezza della mostra, apprezzata dai numerosi visitatori, la ricchezza delle esperienze ascoltate, il clima di amicizia, gioia e letizia della serata finale, che si è conclusa con una festa, hanno fatto di questa settimana un vero avvenimento per noi che l’abbiamo proposta e per quanti vi hanno partecipato. Tanto che un immediato riscontro è stato la richiesta di diversi medici e infermieri di aderire alla nostra associazione. Anche la vendita dei cataloghi è andata al di là di ogni previsione, per la nostra piccola realtà. Ancora una volta è stato evidente che l’incontro con persone significative offre un paragone ed una ragione più compiuta ed affascinante per sostenere il gravoso compito del lavoro che, nel nostro caso, è prenderci cura del malato, rende più ragionevole ed affascinante il lavoro e la quotidiana fatica. Vorrei chiudere con una affermazione del nostro presidente, il mio carissimo amico Felice Achilli, che diceva recentemente che il senso di una vocazione non è un’idea giusta tenacemente perseguita, e nemmeno una tecnica motivazionale, ma un’esperienza di amicizia in atto, in cui viene continuamente messa a tema non solo la propria competenza ma anche il tentativo umano di ciascuno, riproponendo così la grandezza e la bellezza della nostra professione. Grazie.

 

MODERATORE:

Passo adesso  la parola ad Andrea Zucchi, presidente della società Spazio Service di Piacenza.

 

ANDREA ZUCCHI:

Innanzitutto ringrazio il Meeting  e Carmelo Simone per avermi dato l’occasione anche quest’anno di venire a scuola. Teoricamente io mi occupo di organizzazione di eventi ma credo che l’esperienza del Meeting sia una cosa assolutamente straordinaria. Mi sono avvicinato al Meeting, al movimento, da tutt’altro percorso. Vivo a Piacenza, una cittadina di centomila abitanti, il luogo forse più immobile del pianeta, dove - provare per credere - a qualsiasi proposta la risposta è sempre no, anche quando si va a regalare qualcosa. E’  un’esperienza assolutamente unica, vi invito a provarla. La nostra attività è creare eventi. Abbiamo scelto le mostre del Meeting per motivi oggettivi: sono scientificamente ineccepibili, costruite con una logica didattica e quindi proponibili a un certo tipo pubblico, hanno una progettazione intelligente, pratica, facilmente collocabile in qualsiasi contesto: tutte circostanze che ci hanno portato poi ha scoprire che i valori proposti dalle mostre del Meeting sono straordinariamente efficaci nell’aprire il dibattito e non nel chiuderlo.

Ecco perché ho intitolato il mio intervento “il valore dei contenuti, la flessibilità dello strumento”. Noi siamo un team impegnato - per raggiunta professionalità, se non per scelta chiara di vita - in quello che definivo il “marketing del non profit”. Quando chiamavo i dottori e ne parlavo, dicevano  che sono due termini assolutamente contraddittori: oggi, se Dio vuole, il problema è superato. Nasciamo da esperienze di tipo commerciale, di business to business, di business al consumatore, ci occupiamo anche occasionalmente di consulenze commerciali ma, di fatto, l’esperienza acquisita in una vita di lavoro da noi oggi è applicata al pianeta del non profit. Abbiamo seguito e affiancato due realtà associative,  “Happy children” e soprattutto l’associazione italiana sindrome di Melbius, per le quali, applicando certi criteri, siamo arrivati a risultati formidabili, tipo l’introduzione di terapie innovative in Italia, o soluzioni medicali per famiglie che non potevano accedere a determinate prestazioni. Cosa abbiamo fatto con le mostre del Meeting? A Piacenza nessuno sapeva chi fossimo, l’organizzazione dei nostri eventi si basa su meccanismi che prescindono totalmente dalla possibilità di accedere a servizi volontari, a finanziamenti pubblici, a qualsiasi cosa che non sia la nostra capacità di far quadrare i conti. Prima problematica, quindi, trovare un posto dove fare la mostra. Abbiamo scelto una mostra scientifica perchè a Piacenza c’è una sede staccata del Politecnico di Milano e quindi abbiamo pensato che poteva essere una possibilità per promuoverla. Invece di andare a chiedere per favore una sala, siamo andati a proporre la soluzione ad un loro problema: ha funzionato, è andata bene, avevano piacere di ricevere visite di studenti delle superiori. Dal 2005 ad oggi hanno raddoppiato le iscrizioni, non so se c’entriamo qualcosa anche noi, però ha funzionato. Partner principali, il Politecnico di Milano ed una serie di aziende locali e patrocini, il più possibile. Patrocinio significa che ti fanno una lettera e ti dicono bravo. Per noi è fondamentale, perché ci permette di certificarci, un concetto importante. La seconda iniziativa si è alimentata e allargata ad una doppia presentazione: quindi, “Alle fonti dell’energia”, più una piccola mostra a lato, autoprodotta da noi. Siamo arrivati ad oltre settemila visitatori. Noi realizziamo eventi senza committente, nessuno ci chiede di farlo: quindi abbiamo il problemino della quadratura dei conti, che è una faccenda difficile ma fattibile.

Per ottenere  un equilibrio finanziario, due concetti fondamentali: presentarsi agli sponsor con argomenti convincenti, quindi parlare il loro linguaggio ed essere credibili, perché parliamo di una cosa che non c’è. Allo sponsor diciamo esattamente: se tu mi dai del denaro, ti farò divertire con effetti speciali. E’ questo sostanzialmente che gli diciamo: dire quindi, se è un po’ incerto nel darci denaro, bisogna cercare di capirlo ed entrare il più possibile con argomenti che lo rassicurino.  Dicevo del concetto di certificazione: dopo tre eventi fatti con dei risultati ho  i numeri e sono più credibile, ma il primo, vi garantisco, è stato un bel pallino, andarlo a spiegare. Avere partner importanti, ecco i patrocini: il Politecnico di Milano che ci dà la location, è un meccanismo importante di certificazione. Abbiamo imparato che se si riesce ad avvicinare all’esperienza della mostra qualche realtà che leghi l’iniziativa al territorio, si ottiene più attenzione, anche se questo può essere vissuto talvolta, dal potenziale sponsor, come un limite: questa iniziativa non la fate solo qui ma gira per il mondo. E’ un falso problema, noi lo sappiamo. Allora avviciniamo delle iniziative, Eolo raccontava ad esempio degli incontri che loro fanno, che rendono la presentazione della Mostra un fatto unico. Noi ci inventiamo quelli che ho chiamato momenti forti. E i momenti forti ci riportano alla centralità del concetto di esperienza. Trasformare una Mostra in un’esperienza non è nemmeno difficile, perché le Mostre del Meeting sono già fatte per essere questo, aprono il dibattito e non lo chiudono, e questo è formidabile. L’esperienza deve essere per tutti: deve essere per il visitatore, per il partner, lo sponsor, l’istituzione, e qualsiasi organizzazione ti possa venire in qualche modo in aiuto. Quindi, deve essere un intervento molto empatico, molto esperienzale…. L’azienda identifica i propri valori complessivi con l’evento e gradisce il fatto che il proprio logo sia associato ai valori. E’ una cosa un po’ complessa, ma per fortuna, perché altrimenti avremmo un target di potenziali sponsor assolutamente  limitatissimo…

Il successo di un evento viene misurato da tanti fattori, però sostanzialmente il numero dei visitatori diventa quell’argomento, quel numero, quel fatto concreto per certificare il valore, per dire “ci sono andati in diecimila, cinquemila, tremila, è stato valido”. Quindi è importantissimo per noi che ad ogni mostra ci sia un buon successo di pubblico: se no, perché si fanno le mostre? Non voglio aprire un pianeta di confronto  su cose che in questo momento non ci riguardano, però mi guardo attorno e vedo molte iniziative che prescindono dalle necessità di avere un pubblico, sono sostanzialmente autoreferenziali. Bene, le mostre del Meeting per fortuna funzionano sempre e portano visitatori: è segno che c’è un contenuto prepotente che genera un volano interessante. Ovviamente, abbiamo costruito un know how su come generare visitatori che per noi è interessante comunicarvi, anche perché partiamo sempre da condizioni di risorse limitate, ovviamente, e da condizioni ambientali problematiche, e non abbiamo la possibilità di avere un budget importante che ti permette una campagna generalista che va a contattate il singolo  visitatore e te lo porta alla mostra. Ci siamo concentrati sul contattare figure che  potessero a loro volta essere in qualche modo leader di opinioni, cioè veicolare gruppi di persone: non c’è molto da scegliere, c’è l’associazionismo, ci sono i Cral, ci sono le scuole. Bene o male, sono i tre pianeti che possono fare da referenti ad altre persone. Le mostre del Meeting sono fatte apposta per essere proposte, anche e soprattutto alle scuole. Allora abbiamo fatto un’azione di direct marketing sugli insegnanti che, ad oggi, ci ha portato ad intrattenere rapporti con circa tremila scuole e a costruire un piccolo ufficio di pr che contatta direttamente gli insegnanti. Di un migliaio siamo riusciti ad ottenere il numero di cellulare, perché contattare un insegnante non è così semplice. L’insegnante lavora la mattina e quando è a scuola insegna: il primo problema che abbiamo, quando chiamiamo  in una scuola, è che non parliamo con  l’insegnante, ma troviamo un filtro, dal bidello alla segretaria, qualche volta un dirigente scolastico, che è già un bel colpo perché parli con una persona interessata. Occorre un’azione mirata, pianificata, non casuale. A questo filtro chiediamo informazioni sulla scuola, perché all’interno di  ogni scuola c’è l’abitudine  di uno  o due insegnanti che per vocazione, per voglia, per volontà o per incarico, si occupano delle uscite didattiche: è con quelli che dobbiamo parlare. A questo punto, individuata la persona, bisogna aprire un dialogo, farsi accettare come interlocutore e raccontare che cosa facciamo, perché lo chiamiamo. Poi si invia della documentazione. L’obiettivo è ottenere un feedback dall’insegnante e quindi richiamarlo, avendo preso un appuntamento in un  momento che gli sia congeniale, per chiudere l’attività.

Dal primo settembre cerchiamo di mettere a disposizione questo know how su un portale che permetterà di selezionare delle mete culturali in un modo che abbiamo scoperto originale, cioè per contenuto, per interesse culturale e per pertinenza ai programmi scolastici. Ci siamo accorti che digitando su Google “turismo scolastico”, per esempio, vengono fuori 10.000 siti che si occupano di darti il pullman e l’albergo, nessuno ti racconta che cosa vai a vedere, quando invece 1500 insegnanti interpellati ci dicono: “Ma a noi interessa la pertinenza al programma scolastico”. Abbiamo scoperto che si poteva colmare uno spazio. Quando la scuola decide di visitare la mostra, occorre dargli assistenza totale: dal momento della prenotazione, una delle grandi problematiche degli insegnanti, legittima, è che va in giro  con dei ragazzi, non vogliono andare incontro a brutte sorprese e quindi tendono, naturalmente, a tornare nei luoghi dove sono già stati. Quindi, l’assistenza comincia dalla prenotazione, continua nell’offerta di contenuti  e di materiale che permetta agli insegnanti di preparare la visita didattica, quindi un’assistenza  e un rapporto continuo con l’insegnante. Poi, quando siamo lì, gli insegnanti arrivano e  devono trovare delle guide che devono conoscere i contenuti ma anche le tecniche relazionali con i gruppi. Quindi, vanno formate sui due piani… La presenza costante del pr che ha gestito la prenotazione prevede ad esempio la semplice accortezza di dare agli insegnanti in arrivo, con un pullman o più pullman di ragazzi, un numero  di cellulare sul quale lui può comunque trovare qualcuno dell’ufficio che gli risolva qualsiasi problema: il pullman tarda perché hanno trovato una coda per strada, e siccome la visita è prenotata per il tal giorno, alla tal ora e nel tal posto, noi dobbiamo attivare della flessibilità perché mica possiamo non fargli visitare la mostra, vengono apposta… Il secondo aspetto importante è che, se l’insegnante ti avverte che ha un problema, e tu lo sai con un’ora di anticipo rispetto a quando il problema si manifesterà, hai più tempo di reazione: per lui è rassicurante e noi abbiamo tempo tecnico per inventarci una soluzione.

Perché un evento funzioni, stia in piedi e dia soddisfazione a  tutti quelli che ti hanno pagato il conto, quindi gli sponsor, noi abbiamo individuato quattro appigli fondamentali: l’inaugurazione, la conferenza stampa, la comunicazione, gli eventi a latere che realizziamo. L’obiettivo è dare rilievo all’iniziativa. La rassegna stampa è il miglior volano per generare visitatori e soprattutto per far percepire a un territorio – ripeto, immobile come quello di Piacenza - che in realtà stanno accadendo delle cose.

Per esempio nella mostra “A che tante facelle…” il momento esperienziale fondamentale è stato la presenza del planetario. A chiusura dell’iniziativa, abbiamo fatto un convegno dove abbiamo presentato dei campioni olimpici dello sport, “Stelle, a che tante facelle… Stelle si nasce o si diventa”. Questa trovata ci ha permesso di autoprodurci un video di  trenta minuti che è passato sette o otto volte per un mese consecutivo su tutte le televisioni locali. Alla mostra  “Alle fonti dell’energia” abbiamo associato “Scintille e futuro”, una mostra prodotta da noi di tipo interattivo, con esperimenti vari, e realizzato un convegno sulla sostenibilità dello sviluppo in un castello vicino a Piacenza… Devono anche assistere gli sponsor, si può loro suggerire di fare buon uso dell’opportunità della mostra, per esempio nella comunicazione interna, inoltre per lo sponsor diventa interessante poter organizzare dei gruppi tra i propri dipendenti e tra i propri collaboratori, per far loro vivere l’esperienza di questa iniziativa culturale. Penso che sarà capitato anche a voi, uno dei successi più importanti è quando uno sponsor ti dice: “Mio figlio è venuto alla mostra con la scuola e ha fatto un figurone, perché tutti hanno saputo che il papà era sponsor dell’iniziativa”. Questo è un cerchio che si chiude, naturalmente quello sponsor lì non lo perdi più, però bisogna andarsele a cercare queste cose, non vengono proprio da sole… Grazie per l’attenzione, questa é la nostra storia.

 

MODERATORE:

Grazie, passo adesso la parola a Alberto Savorana, direttore di Tracce, per darci sull’attività delle mostre itineranti.

 

ALBERTO SAVORANA:

Vi rubo solo qualche istante. Il Meeting dovrebbe far conoscere questi esempi: provate a immaginare se, in Italia, non quattro o cinque realtà come quelle che presentate oggi, ma dieci, cento, mille, diventassero volano e fattore di diffusione delle mostre del Meeting. Sarebbe un terremoto, un terremoto finalmente buono, perché il deficit più grande che abbiamo nella nostra società, in Italia come nel mondo, è un deficit che si identifica con una sorta di aridità o incapacità o indifferenza rispetto alla realtà, rispetto alle facce complesse, diverse e ricche di tutto ciò che ci circonda e che accade. In fondo, il Meeting è nato 28 anni fa per questo, per far conoscere e incontrare ciò che di bello, di vero, di buono  e di giusto c’è nell’esperienza umana. 28 anni dopo, è bello trovarsi come oggi e sentire che ci sono persone che liberamente - incontrato il Meeting e trovatolo interessante per sé  - hanno dato vita a delle iniziative che fanno durare il Meeting un anno, cioè che dilatano gli spazi della fiera potenzialmente fino agli estremi confini del mondo, a cominciare dal livello più prossimo che sono le proprie città, i propri paesi, le proprie regioni. Io  ho cominciato il mio primo Meeting nel 1980, facevo il secondo anno di università e ho passato le tre settimane di agosto a Rimini, nella vecchia fiera blu, a 50, 55 gradi di temperatura, alternando il mattino e il pomeriggio. Il mattino si chiamavano allestimenti esterni, voleva dire montare strutture esterne di tubi Innocenti con la chiave inglese, il pomeriggio allestimento mostre: mi ricordo la prima mostra che ho fatto nel 1980, era una mostra fotografica. L’allestimento consisteva nell’unire con martello e chiodi dei listelli di legno su cui con una sparapunti si fissavano sul retro dei bordi dei lenzuoli bianchi dove venivano appese fotografie e riproduzioni. Mi ricordo che l’Emilia Smuro ci ha fatto rimontare la mostra tre volte perché c’erano sempre le foto storte, perché non eravamo molto pratici, noi universitari. Pensare che quell’inizio, timido, sprovveduto, quasi improvvisato, abbia nel tempo prodotto fenomeni come Grandi Mostre che hanno girato l’Italia o il mondo, è sorprendente: il ricordo più impressionante che ho è la mostra “Dalla terra alle genti”, della metà degli anni Novanta, che è arrivata fino all’Africa e al Kazakhstan. E’ sorprendente sapere che oggi sono nate realtà di persone che stimano a tal punto il vero e il bello, che attraverso il Meeting si mette in mostra, da assumerlo come responsabilità, facendo altro prevalentemente come attività  e mestiere, ma condividendo la stessa passione, gusto, interesse, apertura per la bellezza che è la finestra, il pertugio attraverso cui ogni verità raggiunge e ferisce prima l’occhio e poi il cuore e la testa di un uomo.

Ed è appunto un cantiere, è un’opera che cresce e cresce sulle gambe di persone che se ne assumono la responsabilità. E la responsabilità più grande - è emerso dai racconti delle persone che hanno parlato - è di natura educativa. Il nostro amico ha parlato di Piacenza come esempio e centro dell’universo stabile, come il fulcro, ma non crediate, ciascuno potrebbe pensare alla propria realtà e alla propria situazione: è una immobilità che sembra ormai molto diffusa, quasi che non si possa sperare che accada o che ci si imbatta in qualcosa che rimetta in moto il desiderio e la curiosità. Solo che questo desiderio e curiosità non si mette in moto perché qualcuno ce lo dice o perché qualcuno viene e ci fa una lezione sul fatto  che bisogna mettere in moto il desiderio e la curiosità. Come sempre nella vita, a tutti i livelli, dal livello intellettuale a quello affettivo, da quando si è neonati a quando si è anziani, è sempre l’imbattersi in qualcosa che rimette in moto tutto. E le mostre del Meeting, a cominciare dalla settimana in cui vengono presentate a Rimini e poi per questa catena che di persona in persona, di paese in paese, di gruppo in gruppo, si dilata, sono il tentativo a volte riuscito, a volte meno, di dare un colpo, un colpo che rimette in moto il meccanismo  della curiosità e del desiderio a riguardo di quella verità con cui abbiamo intitolato il Meeting di quest’anno.

Allora, questa è una responsabilità enorme, perché è come l’opera - mi si passi il termine, però lo dico con umile presunzione - dei monaci benedettini del primo Medioevo che, attorno a dei nuclei piccoli, di cui nessuno si accorgeva, ma animati dalla certezza della verità e da una curiosità sterminata hanno cominciato a salvare il grande patrimonio di arte, di bellezza, di cultura dell’antichità, l’hanno fatto proprio, hanno cominciato a ricopiarlo, e da un monastero a passarlo a un altro, a un altro, a un altro… In capo a qualche secolo, senza che quasi nessuno se ne fosse accorto, l’Europa era cristiana. Come potevano immaginare nel Cinquecento che quella loro opera nascosta, silenziosa, senza apparentemente alcuno sponsor, potesse produrre il miracolo di uno spettacolo come è stata la realtà del Medioevo? Ecco, noi, timidamente, siamo animati dalla stessa forza, dalla stessa energia, dallo stesso desiderio che quello che abbiamo trovato, scoperto, e che ci ha incuriosito fino al punto da tirarci verso di sé, possa arrivare ad altri, possa essere un’occasione per una scuola, una parrocchia, un gruppo, una città, un Rotary, un Cral, chiunque possa essere raggiunto e, per usare una parola dell’allora cardinale Ratzinger, essere ferito dalla bellezza, da un pezzo di realtà che è come un varco, un pertugio sull’essere.

Altrimenti come si spiegherebbe il piccolo grande successo delle mostre del Meeting che girano? Nessuno costringe ad andare a vederle, eppure vanno migliaia di persone. Vuol dire che c’è nel cuore, nella fibra di chiunque, giovane o anziano, un desiderio, quella curiosità sopita che bisogna stuzzicare, che bisogna provare ad intercettare. E il bello è l’arma più potente per rimettere in moto il meccanismo del cuore. Allora, da una parte, la gratitudine per chi lo sta facendo. Ma provate, ripeto, a immaginare se dieci o cento come loro si assumessero questa libera e creativa iniziativa: perché avete sentito quattro modi di portare le stesse cose e ognuno diverso dall’altro. E questa è l’altra caratteristica del bello e del vero, che non finisci mai di entrarci e non finisce mai di reagire  con quella che è la tua umanità, esperienza, sensibilità, intelligenza. E così la stessa cosa moltiplicata per mille non è, come è stato detto da qualcuno, una ripetizione meccanica, è una cosa nuova, che cresce. Il cantiere della cultura nasce  dall’esperienza di chi vive, non è un progetto formulato da un vertice che viene applicato meccanicamente, ma è un cerchio concentrico come il sasso nell’acqua, che si dilata per l’energia interna di chi lo vive.

Io credo che la cosa più interessante sarebbe sentire il Meeting perché queste esperienze si conoscano e possano essere l’occasione per accendere la lampadina in dieci, cento, mille città italiane, con grande gioia anche dell’editore di Itaca Dal Pane, perché i cataloghi vanno.

E questo è il diffondersi di una cultura, non c’è altro modo, diffidate di quelli che pensano che in qualche talk show televisivo… sì, è vero che fanno cultura, ma sappiamo che cultura. Il modo più efficace è questo contatto inesorabile di persona in persona, di posto in posto, di fatto in fatto. All’inizio non se ne accorge nessuno, come non si accorse quasi nessuno del Meeting quando nacque, poi dopo qualche anno i giornali hanno cominciato a dire: “Ma che cos’è questa cosa? Da dove è venuta fuori? Non era finito tutto? Non doveva essere l’Italia dove i cattolici non fan più niente…Da dove venite fuori?”. Vaglielo a spiegare che sono tanti io, uno più uno, più uno, che si son passati la parola, che si son messi insieme, attraverso i rivoli più strani e imprevedibili, come quelli raccontati qui, dando vita a un cantiere che finché non cominci a vedere le prime arcate non se ne accorge nessuno, eppure è lo spettacolo di una nuova cultura. Nel Medioevo ci sono voluti quattro o cinquecento anni. Noi siamo al 28° anno del Meeting. La realtà da cui è nato il Meeting ha 50 anni di storia, quindi abbiamo speranza. Grazie.

 

MODERATORE:

Grazie, sicuramente è stata una bella occasione per imparare dalle vostre esperienze, perché altrimenti si ridurrebbe a una meccanicità tutto, anche il nostro lavoro. Quindi, con l’augurio di continuare a camminare a piccoli passi, senza grandi pretese, vi invito anche a continuare a raccontarci le vostre esperienze, perché da questo si può imparare sempre di più. Sicuramente accolgo il consiglio di Alberto per quanto riguarda la divulgazione di questo incontro, faremo le dovute mosse per metterlo on line sul nostro sito che sta per essere rinnovato totalmente: ci sarà anche il calendario di tutte le mostre a disposizione in giro per l’Italia. Stiamo cercando anche di mettere a disposizione tutti i pannelli delle mostre in modo da farle ricordare, anche per la memoria storica di chi le ha viste e poi magari dimentica il contenuto. Come ultima cosa, vi segnalo la mostra che è presente a Castel Sismondo, dal titolo “Lo spazio della Sapienza, Santa Sofia a Instanbul”: gli orari sono dalle 9 alle 19. Ultima cosa: abbiamo preparato un piccolo aperitivo per chi si vuol fermare a fare due chiacchiere con i nostri ospiti. Buon Meeting a tutti.

 

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