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All’inizio
dell’incontro, Filippetti, data la tipologia degli spettatori,
per la maggior parte “guide” alle mostre di quest’anno, ha
raccontato partendo dalla propria esperienza che cosa significa
spiegare una mostra. Discorso interessante perché per lui essere
una guida non vuol dire solamente essere in grado di esporre
informazioni e date in modo chiaro e ordinato, ma equivale
soprattutto a cercare di trasmettere la propria passione: «Toccherete
il cuore della gente se avrete voi un cuore appassionato; in
latino, uno che appassiona si dice “studioso”: quindi, voi
siate studiosi, cioè persone che appassionano e, in questo caso,
persone che appassionano a Caravaggio».
Successivamente,
si è concentrato sulla figura dell’artista, raccontandone la
vita. Michelangelo Merisi nasce nel borgo di Caravaggio (Bergamo),
dal quale prende il nome, nel 1571. Fino al 1592 rimane in
Lombardia, luogo in cui avviene la sua formazione. L’esperienza
più significativa è senz’altro quella all’interno della
bottega di Simone Peterzano, pittore bergamasco di cultura
manierista. Merisi trascorre i successivi otto anni a Roma, dove
conosce il cardinale Del Monte, prelato molto influente legato a
Federico Borromeo e, grazie alla sua intercessione, gli vengono
commissionate alcune opere per la cappella Contarelli. In questo
periodo egli produce i suoi primi successi, dando inizio ad una
crescente fortuna. A partire dal 1600 Caravaggio dipinge quasi
esclusivamente soggetti sacri, nei quali emerge chiaramente la sua
intenzione di non voler rievocare avvenimenti accaduti
milleseicento anni prima, ma di volerli riproporre attualizzandoli
negli ambienti della sua epoca: egli riporta il sacro nel
quotidiano. La sua celebrità aumenta di giorno in giorno, ma
Merisi inizia a farsi conoscere anche per la sua vita sregolata:
viene querelato più volte per aggressione, ferisce un agente di
custodia, sconta alcuni brevi periodi di galera per porto d’armi
abusivo, fino ad arrivare a quel tragico 28 maggio del 1606,
giorno in cui si macchia di omicidio. Dopo questi avvenimenti,
Caravaggio è costretto a lasciare Roma, ossessionato dalla pena
capitale, dai sensi di colpa e da un vivo desiderio di espiazione.
Trascorre un anno a Napoli, uno a Malta e, nel tentativo di
tornare a Roma, nel 1610, viene arrestato e messo in carcere.
Riuscito ad uscire di prigione, muore di malattia in un ospedale
di Port’Ercole.
Filippetti ha poi
chiuso l’incontro dando un rapido giudizio sulla vita di
Caravaggio: un’esistenza, di certo, non facile, ma in cui non è
mai mancata né la ricerca della verità, né l’arte vissuta
come dono. Riportando le sue parole: «Caravaggio è il pittore
dell’istante, nel momento in cui il sipario si alza e scopre la
scena, è il pittore della mano in-segnante, è il pittore della
realtà, ma non nel senso “verista” perchè consapevole che la
realtà è metafisica: porta con sé, inevitabilmente, un
“oltre”».
In seguito, gli
abbiamo chiesto di approfondire varie tematiche sull’argomento,
rivolgendogli alcune domande.
Come è nata la tua passione per Caravaggio?
Ho conosciuto
Caravaggio al Meeting di Rimini del 1998, quando una mia
studentessa, Sara, matricola di lettere in Cattolica, mi ha
spiegato una mostra a lui dedicata in modo così commovente che
era come se, in quel momento, una figlia mi diventasse madre.
Mentre stavo uscendo, un gruppo di amici di Ascoli mi ha bloccato
chiedendomi: «Perché non ci spieghi Caravaggio?», ed io: «Conosco
poco di lui, potrei spiegarvi solamente quello che mi ha detto,
poco fa, la mia amica», e loro: «Basta e avanza!». All’inizio
eravamo in quindici; poi altri italiani si sono aggregati e alla
fine eravamo in trenta. Fu così che, in quattro pomeriggi,
spiegai Caravaggio ben …quattordici volte.
Passando alla mostra, cosa ci può insegnare Caravaggio attraverso la
sua vita, la sua pittura e la sua tecnica?
Innanzi tutto un
contrattacco rispetto a tanto moralismo oggi diffuso, anche tra le
fila di certo cattolicesimo, moralismo che chiamo il mondo delle
“istruzioni per l’uso”, citando Kafka che, infatti, afferma:
«Il nostro mondo è pieno di istruzioni per l’uso e povero di
miracoli». Caravaggio è veramente un miracolo perché è un
delinquente nato, ne ha fatte davvero di tutti i colori, ha anche
ucciso. Tuttavia, la sua arte, paradossalmente, è una grande arte
cattolica. Marco Bona Castellotti, che guardo come a colui che mi
ha spronato ad approfondire l’arte di questo grande uomo, nel
suo libro dal titolo Il paradosso di Caravaggio, parla, appunto,
del paradosso di un uomo moralmente impresentabile, ma con una
mano mai frenata dalla coscienza del proprio male, bensì spesa
nella consapevolezza di un grande bene; tutto ciò evidenzia il
tipo di sguardo cattolico, lo sguardo ecumenico, lo sguardo
valorizzatore, lo sguardo che non sta lì a rammaricarsi per le
diecimila cose che non vanno bene, ma è tutto proteso a
valorizzare quell’unica cosa buona presente in ogni realtà.
Caravaggio mi sembra un eccezionale esempio di sguardo
valorizzatore. Mi pare, allo stesso tempo, anche un grande esempio
di realismo cristiano, proprio come Giotto lo era stato trecento
anni prima.
Inoltre, il Merisi,
pur ponendo la propria arte al servizio della committenza, rimase,
in ogni modo, profondamente radicato nelle diverse sensibilità
ecclesiastiche in cui si era imbattuto nella sua vita:
l’oratorio filippino, la tradizione di Carlo Borromeo e quella
dei frati cappuccini. Quindi, la sua arte, pur essendogli stata
commissionata, mantiene i tratti distintivi dell’artista e,
tutto ciò, contraddice il “mito” romantico che vuole che
l’arte, per essere libera, non debba essere eseguita su
committenza.
Caravaggio è entrato a far parte della tua vita in modo così
imprevisto e appassionante, che ti ha fatto scrivere anche un
libro su di lui…
Tutto è nato dal
fatto che la mostra non era affiancata da alcun catalogo ed il
libro di Marco Bona Castellotti, per quanto mi sia piaciuto, era
troppo difficile e sofisticato per essere accessibile al grande
pubblico. Così ho scritto il libro, tentando di fare con
Caravaggio quello che ho fatto con Giotto (L’avvenimento secondo
Giotto, monografia di Filippetti dedicata alla Cappella degli
Scrovegni di Padova, ndr), cioè sono partito con l’intenzione
di adattare una cosa molto alta e nobile, alle capacità di
comprensione proprie dei bambini, creando, con questo criterio,
una divulgazione accessibile a tutti.
Il libro ha un titolo particolare: “Caravaggio: l’urlo e la luce”,
perché questo titolo? Urlo e luce sembrano due cose opposte o
perlomeno contrastanti…
Dunque, innanzi
tutto il libro, come suggerisce il sottotitolo, “Una storia in
cinque stanze”, è suddiviso per tematiche, perché credo che un
percorso cronologico sia maggiormante adatto agli storici
dell’arte, ma meno per la catechesi o per i bambini. Quindi,
propongo una mostra in cinque grandi capitoli non in ordine
cronologico, bensì tematico. Dopo la prima stanza, detta delle
“Pitture Etiche”, segue la seconda, dal titolo “L’urlo”:
dedicata alla tragicità della vita. I quadri proposti in questa
sezione mostrano fortissimi contrasti, sia nelle azioni che nei
colori: rosso-nero, bianco-nero, bianco-rosso, vita-morte.
Irrompe, quindi, il pensiero della morte in un mondo pieno di
“istruzioni per l’uso”, come dicevo prima, per una vita che
sia il meno peggio possibile. Con il termine “luce” faccio,
invece, riferimento alle altre tre stanze: “La madre e il
bambino”, quindi la luce dell’incarnazione, “Il
redentore”, la luce di Cristo, e “I testimoni”, la luce
della Chiesa. Ma, con questo termine, intendo anche richiamare
l’attenzione sull’eccezionale utilizzo che Caravaggio fa della
luce, una grande novità rispetto all’arte del periodo
precedente. L’artista evidenzia particolari che non possono
essere tralasciati perché fondamentali: uno zigomo rispetto al
resto del volto o, magari, un braccio, una persona nello sfondo,
uno sguardo. Quindi, per luce, non intendo la luce della coerenza,
la luce di una vita integerrima, ma la luce di un talento messo a
frutto con la consapevolezza di donare, e una mendicanza nello
sguardo che è una delle cose più commoventi che io abbia mai
visto.
Dal particolare all’universale… da Caravaggio all’artista in
generale, se così si può dire. Per concludere, puoi tracciare
una definizione che sia valida per tutti? Chi è, secondo te,
l’artista?
E’ uno che imita Dio, il grande
Lavoratore. Per cui l’artista è uno che lavora. In questo
senso, anche la mamma che accudisce i figli è un’artista. Per
esserlo basta solamente guardare a quel particolare di realtà che
ci circonda ed esprimerlo, realizzando così la propria vocazione
di uomini, cioè di creature chiamate ad essere la coscienza della
realtà. Inoltre, ma non necessariamente, se uno possiede un
talento particolare, lo mette a frutto, creando, in questo modo,
un’opera artistica.
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