Mio fratello
Alberto…
Intervista a Geltrude (Gede) Marvelli sorella del beato
Alberto Marvelli
Com’era Alberto in famiglia?
Dunque, me lo ricordo come un papà (tra i
due c’erano quattordici anni di differenza, ndr), non
eccessivamente affettuoso, ma sempre presente. Pur essendo
ininterrottamente impegnato ed in compagnia degli amici, era,
comunque, costantemente vicino quando c’era bisogno. Ricordo le
serate d’inverno, quando si aspettava il ritorno di Alberto per
cenare… Alberto arrivava, sempre in bicicletta, prendeva il
Vangelo e ci leggeva, prima di metterci a tavola, a meno che non
ci fossero degli impegni particolari, un pezzetto di Bibbia, in
particolare i racconti dell’Antico Testamento. Ho un’immagine
di me e di mio fratello Giorgio seduti su di un cuscino, per
terra, davanti alla stufa, con la mamma in poltrona e Alberto, in
piedi, che ci legge un pezzetto di Scrittura. Per esempio, quando
adesso sento l’episodio di Giuseppe, venduto dai fratelli e
portato in Egitto, mi vedo ancora davanti Alberto che ce lo legge
rispiegandocelo con parole adatte.
Dalla biografia, si intuisce che il
momento decisivo della vita di Alberto è stato la morte del
padre, avvenuta quando lui aveva solo quattordici anni.
Sì, inoltre, dopo
la morte del padre, amatissimo da Alberto e da tutta la famiglia,
ha iniziato a tenere un diario in cui, in maniera saltuaria ma
significativa, esprimeva i suoi propositi di santificazione.
In quel periodo mio fratello capì una cosa fondamentale:
il Crocifisso, emblema del dolore, è anche un segno d’amore
perchè rappresenta Gesù che dona interamente la sua vita per
noi. Questo lo portò ad affrontare il dramma immenso della
perdita del padre, come una possibilità di offerta al Signore. Di
lì, è iniziato il cammino che lo ha portato a prendere delle
decisioni molto importanti sulla sua vita perché, diciamolo…
non è nato santo! Era un giovane pieno di vita… quindi, anche
impulsivo, con le caratteristiche, le sensazioni e le aspettative
di tutti i giovani.
Quando Alberto parla del suo programma di
santificazione, elencando i suoi difetti più evidenti mette, ai
primi posti, la pigrizia. È strano, visto il racconto della sua
vita, così estremamente attiva!
Anch’io me lo
sono sempre chiesto, pensando a lui, così attivo e dinamico. Poi,
finalmente, ho capito: perché anch’io sono pigra ma sono sempre
in giro. Infatti, il mio desiderio sarebbe quello di piazzarmi in
poltrona e dire: «Adesso mi adagio». Anche in Alberto, in ben
altre proporzioni, le iniziative realizzate non nascevano da un
livello istintivo, ma partivano da un amore a Gesù.
Per cui, in Alberto l’attività nasceva
tutta dalla fedeltà alla croce di Cristo, dalla fede in Lui?
Sì, dalla immensa
fede in Gesù Crocifisso accompagnata, però, dalla sua adesione
personale. Mi spiego meglio: Alberto, è stato dotato di un ottima
salute, che gli ha consentito di affrontare numerose fatiche ed
impegni; forse un altro non ce l’avrebbe fatta. Però,
nonostante le sue evidenti doti naturali, la sua grande forza gli
veniva dall’aver risposto «Sì, lo voglio» alla chiamata del
Signore. Indubbiamente, se non ci fosse stata questa sua adesione,
così piena e decisa, alla volontà del Signore, non avrebbe fatto
tutto quello che ha fatto. Proprio da questo assenso comincia la
sua attività, per cercare di ricambiare l’Amore che aveva
sentito su di sé. Per esempio, lui faceva parte della San
Vincenzo fin da ragazzino, ma dopo questa decisione ha continuato
tutte le attività che già praticava in maniera notevolmente
diversa, proprio guardando Cristo nel povero, perciò con
un’insolita disponibilità. Se noi, poi, andiamo a vedere il
diario, capiamo chiaramente che è stata una scelta, attraverso la
quale Alberto ha fatto di questa forma di spiritualità, tutta
concreta, la ragione della sua vita, vivendo la vita attiva come
preghiera. Infatti, come dice benissimo don Lanfranchi (curatore
di numerose opere sulla vita di Marvelli e suo personale amico,
ndr) nell’introduzione al diario di Alberto, egli è stato un
contemplativo dell’azione, ecco, la sua è stata azione che si
è fatta contemplazione.
Alberto provava anche un amore vivissimo nei confronti
dell’Eucarestia…
C’è stato un
rapporto con l’Eucarestia che, indubbiamente, è stato alla
base, secondo me, del suo dono di sé al Signore. Quando racconto
quello che sto per raccontare, mi sento sempre un po’…
sciocchina, ma, che Alberto avesse questo rapporto con
l’Eucarestia, così particolare, lo conoscevano tutti. Lo si
vedeva dal modo con cui rimaneva dopo la comunione a fare quello
che noi, solitamente, chiamiamo “ringraziamento”. Il nostro
ringraziamento è una cosa un po’ da bambini, fatto com’è di
due minuti a capo chino con le mani sul volto e poi… via. Mentre
lui si fermava molto. Quando accompagnava la Messa dei ragazzi
all’oratorio salesiano andava a comunicarsi per ultimo, si
inginocchiava alla balaustra e si fermava lì, fino a quando i
ragazzi non facevano una confusione tale da farlo intervenire. In
altre occasioni, dopo la comunione si fermava nel coro e si
inginocchiava alla predella dell’altare e, di lì, rimaneva a
guardare il Tabernacolo, fermo, immobile. Poi, finita la Messa,
tutti uscivano ed anch’io cominciavo a “pestare i piedi”
perché volevo andarmene. Allora la mamma, sempre presa anche lei
da mille impegni, mandava me, che ero la diretta interessata, a
dire qualcosa ad Alberto. Ed io, velocissima, andavo felice, perché
questo voleva dire che presto saremmo usciti dalla chiesa; quindi,
entravo nel presbiterio e mi mettevo vicino a lui. Ma la sua
immobilità mi intimoriva e imbarazzava. Perciò, mi fermavo al
suo fianco e aspettavo. Tuttavia, visto che Alberto non mi
sentiva, nonostante gli fossi molto vicino, ad un certo momento…
ero costretta a dargli un deciso scossone. Mi ricordo di Alberto
che si voltava, mi guardava e, per un momento, capivo che non mi
vedeva affatto. Poi, dopo alcuni istanti, si ridestava
completamente e mi chiedeva: «Cosa c’è?». Quindi, tutta
contenta, tornavo dalla mamma: «Ma guarda, Alberto, quando riceve
Gesù, va in Paradiso, è lassù, nel Cielo, perché ha le
stelline negli occhi!», le dicevo. Quello che volevo dire, era
che aveva uno sguardo, così diverso dal solito, così luminoso,
che sembrava venisse addirittura… dal Paradiso. Può essere solo
un ricordo di bambina, però è vero che questa Luce, che nel suo
diario diceva di vedere e di sentire quando riceveva Gesù-Eucarestia,
era veramente reale, perché gliela si leggeva negli occhi!
Ma Alberto è stato, soprattutto, un uomo
molto attivo, anche in campo politico. In particolare, lui vedeva
la politica come un prolungamento della sua attività caritativa.
Molto
semplicemente, quando vedeva che c’era la necessità, si metteva
a disposizione con la sua opera: organizzava con gli amici dei
gruppi per portare e fissare del materiale per coprire i tetti
delle case, o, all’arrivo dell’inverno, per mettere i vetri
alle finestre di qualcuno. Allo stesso tempo, aiutava tutte queste
persone a fare le pratiche per i danni di guerra, le richieste per
trovare una casa… Alberto aveva, a ciclo continuo, oltre alla
fila davanti al suo ufficio in città, anche quella che lo
aspettava quando tornava a casa. Mi ricordo che dopo il lavoro si
sedeva a tavola per mangiare qualcosa, con due file di gente da
accontentare, una alla destra ed una alla sinistra del tavolo. E
allora lui prendeva appunti, scriveva, dava indicazioni, cose di
questo tipo. Le sue giornate erano molto piene, l’unico momento
che riservava per sé, verso le due-due e mezzo del pomeriggio,
era per una sosta in chiesa. Il parroco gli lasciava aperta la
porta del campanile e lo aspettava per dargli la comunione. Si
fermava lì per un quarto d’ora circa e meditava in comunione
con il Signore. Poi riprendeva la bicicletta ed affrontava le
solite occupazioni. La sua giornata finiva tardissimo, dormiva
molto poco, anche perché la sera teneva le riunioni per i
Laureati Cattolici, o qualche altro incontro. La sua iniziativa
politica è nata come naturale prosecuzione di tutte queste
attività. Non accettò gli incarichi con molto entusiasmo, ma lo
fece proprio come servizio di carità, anche perché glielo aveva
chiesto il Vescovo di Rimini in persona. Dopo la morte, ci sono
state tante testimonianze di altri piccoli gesti compiuti da
Alberto: specialmente durante lo sfollamento, andava da uno, si
fermava da un altro, diceva un Ave Maria da una parte, dieci da
un’altra perché c’era un ammalato, rincuorava. Indubbiamente,
erano tutte cose molto semplici. E poi, quanta bicicletta! Allora
non c’erano certo i motorini… e Alberto aveva sempre
biciclette nuove perché quando ne aveva una la cedeva a chi ne
aveva più bisogno, poi, trovava qualcuno che gliene vendeva
un’altra e lui la donava ancora…
La ringraziamo molto per il prezioso
racconto che ci ha fatto.
Di niente. Queste
sono solo alcune delle cose belle che mi ricordo ed a cui, ogni
tanto, penso, sentendomi molto piccola, poveretta insomma, perchè
sapere che in famiglia c’è stata una persona così… Quando
Alberto era in vita non pensavo poi molto a quello che lui faceva,
perché mi sembravano cose normali. Poi, crescendo a mia volta, e
vivendo la mia vita adulta, ho capito che quello che lui era, e
quello che faceva… insomma, non erano cose normali, erano cose
particolari, speciali, belle…
Io ho avuto una
famiglia straordinaria, sono stata molto gratificata dal Signore,
senza fare niente!
…per grazia…
Ecco, sì, proprio
per grazia. Per questo lodo sempre il Signore e, poi, quando mi
chiamano in giro per parlare di Alberto, vado.
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Il sale della terra
Intervista a Francesco
Pasini promotore lo scorso anno dell’allestimento della mostra
su Fatima a Castel d’Azzano
Come hai conosciuto Rivela?
Per caso. Una sera
sono andato a La Rizza dove, nell’ambito della sagra, si teneva
una mostra su S. Paolo e mi sono detto: «Che strano, in una sagra
dove, di solito, le sole cose interessanti sono i risotti, c’è
una mostra su S. Paolo». Questo mi aveva decisamente incuriosito:
sono andato dentro, ed ho visto. Poi, dopo essermi fatto il mio
giretto, chiedo: «Chi è che fa queste cose?». C’erano nei
paraggi alcuni responsabili dell’associazione e, molto
semplicemente, mi hanno spiegato di cosa si trattava. Ho pensato
fra me e me: «Anche da noi non sarebbe male fare una cosa del
genere». Così ho tenuto i contatti e, dall’anno successivo,
abbiamo iniziato anche a Castel d’Azzano, con la mostra su
Fatima.
Allestire una mostra è un’occupazione un po’… insolita. Che cosa
ti ha spinto ad organizzarla?
Dunque, rispondo
raccontando un particolare. Una domenica di qualche tempo fa, mi
trovavo in parrocchia in compagnia di mia moglie e di qualche
altro volontario; curiamo, infatti, il banchetto del commercio
equo-solidale, proprio per dare alla sagra del paese una
coloritura che non sia soltanto “gastronomica”. Però, avevo
come l’impressione che la cosa fosse un tantino insufficiente…
Mi spiego meglio: quando tu vendi il caffè (del commercio
equo-solidale, appunto) con il suo bravo striscione dietro che
dice “QUESTO CAFFÈ FA PASSARE LA FAME!” ed il cliente medio
ti risponde rassicurato: «Ah, ma allora si tratta di un prodotto
dietetico!», vuol dire che, effettivamente, manca nel popolo
cristiano una certa sensibilità. In parrocchia da noi, infatti,
ho come l’impressione che si trascuri un po’ l’aspetto
culturale che nasce dalla nostra fede. Io arrivo da Ferrara, sono
originario di là. In quei luoghi la cultura popolare non è
propriamente cattolica, per cui sono stato abituato, da sempre, a
dare di continuo le ragioni della mia fede. Poi arrivo qui, in
Veneto, e trovo una situazione di calma piatta, dove va tutto
bene. Una situazione, devo dirlo francamente, piuttosto sterile,
senza vero confronto con la vita. Penso, invece, che in una sagra
di paese possa starci anche un luogo dove, anzichè trovare da
mangiare, ci si possa fermare un momento a pensare, a riflettere,
dentro la nostra vita spesso così ansiosa e veloce. Durante i
periodi di festa, infatti, si ha a disposizione quel minuto in più
in cui ci si può, finalmente, fermare un attimo; e allora…
proporre qualcosa di diverso è stato un tentativo, un “voler
mettere quel pochino di sale” alla vita, insomma, anche con un
po’ di sana presunzione, se vogliamo.
Nel periodo di esposizione della mostra c’è stato qualche particolare
significativo? È accaduto qualche avvenimento maggiormente degno
di nota? I visitatori rimanevano colpiti? Quali erano le reazioni?
E’ difficile
spiegare. Alcuni entravano, vedevano e… uscivano. Altri
entravano, guardavano, facevano un passo in più… e lì, giocava
un ruolo fondamentale l’accoglienza ed anche la tua
“condizione psicologica”. Infatti, non sempre si hanno la
voglia ed il coraggio necessari per farsi avanti, ma quando ci si
vince si ottiene quasi sempre una risposta positiva. Un’altra
cosa che si notava era che le volte in cui si riusciva a fare una
spiegazione “personale” e non semplicemente “scolastica” i
visitatori si facevano più attenti e si lasciavano condurre con
maggiore facilità. Altro paio di maniche è capire che cosa le
persone abbiano effettivamente portato a casa. Tuttavia, come dice
Ermanno citando Eliot nell’editoriale dello scorso numero del
giornalino, «Per noi non c’è che il tentare». Noi proviamo a
piantare, poi… ci penserà il Signore a far crescere, dove vuole
Lui, sui sassi come sulla terra.
Anche quest’anno la sfida si
ripropone…
Per quanto
riguarda quest’anno, sono curioso di sapere come andrà la
mostra su Caravaggio. I contenuti esulano da un contesto
prettamente religioso ed io mi ritrovo a non avere nessuna cultura
in merito. Comunque, la lezione di Filippetti (vedi articolo in
merito alle pagine precedenti, ndr) è stata, per me, una cosa
veramente formidabile. Io, quel giorno, me ne sarei dovuto andare
molto presto a causa di un impegno; avevo molta fretta, ma sono
rimasto fino all’ultimo secondo.
Fra le altre cose, era interessante proprio quello che diceva Filippetti
riguardo al fatto che i visitatori sarebbero rimasti più colpiti
dallo “stile” delle guide, piuttosto che dai contenuti stessi
della mostra.
Anche questo è
vero. Poi, riguardo alle guide… io penso sempre di essere stato
la guida migliore… Più seriamente, ognuno ha il suo stile e la
sua preparazione. C’è, per esempio, chi spiega le mostre in
maniera “scolastica”, invece, io penso che il proprio
coinvogimento sia sostanziale nel trasmettere una posizione. Si può
essere i più sapienti cultori d’arte del mondo, ma se non si ha
la passione che, per esempio, ha avuto Filippetti nello spiegarci
Caravaggio, non si riesce a trasmettere agli altri proprio niente
e non si aiuta a notare gli aspetti più insoliti delle cose,
quelli più interessanti. Il gusto del saper cogliere un
particolare (le unghie sporche nei quadri di Caravaggio, le
venature delle foglie, un chicco d’uva raggrinzita), nell’arte
come nella vita, mi pare sia decisivo. Io quest’estate sono
andato agli Uffizi; sì, posso dire di aver visto opere d’arte
di inestimabile valore, però, da solo, non sono riuscito a
cogliere niente di particolare. Mentre, una spiegazione come
quella di Filippetti suscita una passione per le cose, devo dire,
per me inaspettata. Riuscire a trasmettere questa passione… è
questo che salverà il mondo, probabilmente, spero, speriamo.
Infatti le mostre
non vengono proposte per scopi solamente culturali.
Probabilmente,
pochi riescono a cogliere pienamente l’essenza di un Caravaggio.
L’importante è sapere che esiste un punto a cui qualcuno è
riuscito e riesce ad arrivare. Ora, sapere che esiste questo
obiettivo, alto, mi fa stare in corsa continuamente.
Quindi, auguri per lo svolgimento
della prossima mostra…
Grazie. Volevo
chiudere, però, raccontando un piccolo aneddoto sulla mostra
dello scorso anno: quando abbiamo attaccato lo striscione di
presentazione, uno striscione di plastica, molto lungo e pesante,
l’abbiamo appeso su di un filo che andava dal muro della Chiesa
a quello della scuola materna. Proprio in quei giorni si è
scatenata una grande bufera, con un vento che ha addirittura
scoperchiato case: è stata una cosa incredibile. Io una sera mi
trovavo altrove, ero fuori Verona. Al mio ritorno mi sono detto:
«Adesso arrivo e trovo un disastro». Invece, quando sono
rientrato, ho visto che il telone era rimasto al suo posto,
immobile. Ho pensato subito, tra me e me, che quello fosse un
segno della Madonna che voleva dirci: «La mostra deve andare
avanti ed il telone resterà dove deve restare». Ed il mio telone
è rimasto lì.
Per cui anche Castel d’Azzano ha
avuto il suo miracolo…
Piccolo miracolo
della Madonna di Fatima anche da noi… lo dico un po’
scherzando… e un po’ no!
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