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Curare e
guarire. Occhio artistico e occhio clinico
21 Agosto 2005
- 27 Agosto 2005
«Quel
che ferisce è ciò che nella vita vi è di ineluttabile: la
sofferenza diffusa ovunque, la sofferenza degli inermi e dei
deboli; la sofferenza degli animali, della creatura muta... il
fatto che non si può cambiare nulla, che non si può toglierla di
mezzo.Così è e così sarà. E qui sta la gravità della cosa»
scrive Romano Guardini in Ritratto della malinconia.La mostra
nasce dalle grandi domande che la condizione umana, fatta di
bisogno ed attesa, inevitabilmente suscita. Questioni inerenti la
malattia e l’assistenza che sono state esaltate in modo
significativo, più che dalla parola scritta, dallo sguardo
artistico.Di qui, la scelta
di valorizzare un patrimonio tanto vasto quanto poco conosciuto,
attraverso le immagini relative soprattutto alla produzione degli
ultimi secoli.Nel fascino
indiscusso delle opere di maestri quali Chagall, Matisse, Metsu,
Picasso e Goya, Munch e Van Gogh, si intravvede una sorta di
ideale filo conduttore, la documentazione di un giudizio positivo
che si impone attraverso la drammaticità della condizione umana. |
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Una positività
non scontata, né deducibile dalle premesse che devono fare i
conti, il più delle volte, con il fatto che il desiderio di
essere guarito non trova una risposta compiuta. Le uniche
guarigioni raccontate nei dipinti, infatti, sono miracoli.Spesso
la scienza medica riesce solo a documentare la propria sconfitta.
Ma ecco che, dentro i limiti e le miserie dell’uomo, l’occhio
dell’artista diagnostica qualcosa di cui a volte gli stessi
medici sono protagonisti inconsapevoli: una solidarietà umana
documentata da gesti di amicizia e condivisione, un’epopea di
assistenza all’uomo malato, una dignità della risposta
scientifica che nobilita il tentativo dell’uomo.«Nella morte
sono esposto alla violenza assoluta, all’omicidio nella notte»
scrive Emmanuel Lévinas. La sofferenza non ha nulla di bello, e
non potrà averlo mai.Ma
bisogna riconoscere che anche il concetto di bello ha subito una
revisione profonda con l’avvento della cultura cristiana. La
figura di Cristo, sofferente e morto in croce, ha nobilitato la
sofferenza stessa e la morte, tanto da renderla oggetto di
rappresentazione artistica. |
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La cultura
europea, e a maggior ragione l’arte, ha ripetuto per anni
l’affermazione di Platone che “il bello è splendore del
vero”. Dunque, anche la condizione più umile, meschina e
drammatica può essere sorgente di stupore e bellezza, quando
documenti l’ergersi imponente di un accento di valore e dignità
assoluta.Così, in epoca medievale, nasce la percezione di un
nuovo compito per la medicina: contribuire a dar testimonianza
alla perfezione del mondo attraverso l’amore all’imperfezione
dell’uomo, che ha in sé un valore assoluto che né malattia né
morte possono intaccare.E l’arte dà visibilità a questa
consapevolezza, ristabilendo il legame originario tra agire e
conoscere.
Mostra curata
da Associazione Medicina e Persona
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