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La Rosa bianca, volti di un'amicizia.
Mercoledì,
24 agosto 2005, ore 19.00
Relatore:
Anneliese Knoop-Graf,
sorella di Willi Graf
Moderatore:
Romano Christen, Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San
Carlo Borromeo.
Moderatore:
Benvenuti alla presentazione della mostra “La Rosa Bianca.
Volti di un’amicizia”. Uno dei membri della “Rosa
bianca”, per presentare questo gruppo di suoi amici a sua
sorella, ha scritto in una lettera: “Avresti una grande gioia
a vedere questi volti”. Sono commosso al pensiero che questi
volti, dai quali Hans Sholl era così colpito, questi bei volti
dopo più di sessant’anni colpiscono anche voi come hanno
colpito quelli che hanno curato la mostra. E’ sicuramente una
cosa inimmaginabile per Hans Sholl.
Come
sapete dal programma, doveva essere presente anche monsignor
Rilko, che è il Presidente del Pontificio Consiglio per i
Laici. Siamo stati molto gratificati dal fatto che lui volesse
venire a questo incontro. Ma la vita poi è sposso diversa da
come uno la progetta. Monsignor Rilko è stato il responsabile
ultimo della GMG a Colonia, questo grandissimo evento che si è
concluso domenica ed è stato trattenuto per questo. Inoltre si
è aggiunto un ulteriore impegno: Benedetto XVI ha voluto che
Stanislao Dziwisz, il fedele segretario di Giovanni Paolo II,
diventasse successore del cardinale Macharski a Cracovia.
Prenderà possesso della diocesi di Cracovia sabato e Rilko, da
amico, sarà lì.
Invece
siamo lietissima che Anneliese Knoop-Graf sia qui tra di noi.
Penso
che si possa dire che sia una delle persone più anziane qui
presenti. Ha fatto un lungo cammino dalla Germania passando
dalla Svizzera per essere oggi qui con noi. La ringrazio molto,
perché è qui fresca come una rosa e già freme di potervi
comunicare quello che vi dirà.
Lei
è la sorella di Willi Graf, uno dei sei membri della “Rosa
Bianca” che sono stati condannati a morte per aver distribuito
i volantini all’università di Monaco e averli spediti per
tutta la Germania. Ha abitato con lui
per alcuni mesi a Monaco, il fratello l’ ha voluta con
sé. Lei ha ricevuto l’incarico da sua fratello, poco prima
che fosse decapitato, di mantenere viva la memoria di lui, Willi
e anche degli altri amici della “Rosa Bianca”.
Per
me la cosa bella è che dopo sessant’anni, anche nel rapporto
di amicizia che lega i curatori della mostra con lei, si
prosegue una storia. Non è solo un parlare di qualcosa, ma è
un rapporto che prosegue. Prima di dare la parola alla signorina
Anneliese Knoop-Graf, permettetemi di dire io due parole.
I
tedeschi e tutti quelli che hanno preparato e curato la mostra
sono molto fieri di averla portata qui al Meeting. La mostra è
molto centrata col tema di quest’anno, che è quello della
libertà. A sessant’anni dalla fine della Seconda Guerra
Mondiale che forse è stato il momento più tragico del XX
secolo, una delle ore più buie, dopo sessant’anni è proprio
dalla Germania che viene un contributo che riprende quei tempi
senza riprenderne il buio, senza riprenderne la morte che
c’era, proponendo volti luminosi, volti fioriti dentro quelle
tragiche circostanze, la positività che ha colpito chi ha fatto
la mostra e che chi l’ ha fatta vuole proporre a voi tutti.
“Rosa
Bianca” è un gruppo di resistenza ma non è nato “contro”
qualcuno: è nato da un gruppo di persone che erano per
la vita, che erano per la libertà. Sono nomi di persone
che si sono incontrate a volte casualmente e tra le quali è
nato un rapporto in cui si è messo in gioco ciò che è la
vita. Sono quindi i rapporti tra Christoph Probst, Alexander
Schmorell, Willi Graf, Hans Sholl e la sorella Sophie Sholl, il
professor Huber e altri. L’amicizia ha avuto fin dall’inizio
un’appassionante carica umana. Chi ha già visto la mostra lo
può testimoniare, un’ abbraccio della vita in tutti i suoi
aspetti. Le testimonianze che ci sono giunte, di lettere, di
persone che li hanno conosciuti, testimoniano questa passione
per il bello, per l’arte, il gusto di andare a sciare insieme
d’inverno, di fare scalate d’estate sulle montagne bavaresi,
di andare a concerti e di riprendere insieme le cose ascoltate,
di leggere i libri assieme, parlarne, discuterne e porsi domande
esistenziali che altri a quei tempi non osavano porsi e anche di
esprimere una passione per il popolo tedesco, per la sua storia,
per la sua tradizione. Avevano molto a cuore proprio il popolo
tedesco, pur dentro quelle circostanze drammatiche e tragiche,
che per primi loro stessi condannavano e rifiutavano. Erano
dunque per la
vita e per la libertà. A un certo punto hanno capito che non si può
essere solamente per
la vita, per la
libertà, per
l’arte, a parole o come un’esperienza estetica, ma che
bisognava veramente mettersi in gioco. Loro si sono messi in
gioco, hanno cominciato a giudicare la situazione in cui
vivevano, la situazione politica, a mettere a fuoco qual è
veramente la chiave di volta di questa ideologia e dove e perché
essa è disumana e poi anche di decidere di esprimere questo
giudizio pubblicamente, ma di nascosto per salvare la vita,
inviando lettere in varie città della Germania e anche
distribuendo volantini in università. Hanno rischiato un
giudizio. In quel tempo in cui molti forse vedevano o intuivano
che era disumano il modo in cui vivevano e non avevano il
coraggio di esprimersi, loro l’ hanno fatto. E così sono nati
questi volantini. Ne distribuiscono cinque, di nascosto, e alla
distribuzione del sesto volantino, il 18 febbraio del ’43,
Sophie e Hans Sholl vengono scoperti all’Università di
Monaco. Un bidello li vede e va a fare la spia. Li ha visti ed
ha detto “Andate a catturarli”. Ha messo in gioco la sua
libertà. Vengono catturati e condannati a morte il 22 febbraio
assieme a Christoph Probst, un ragazzo di ventitre anni, già
papà di tre bambini, dei quali la figlia più giovane ha un
mese (Christoph Probst verrà battezzato proprio prima di essere
decapitato). Più tardi verranno giustiziati anche Willi Graf,
il fratello della signora Knoop-Graf, Alexander
Schmorell e poi tutti gli altri. Sui muri
dell’università, alcuni di questi ragazzi hanno scritto a
grandi lettere di notte, di nascosto, “Freiheit”. Sul retro
del capo d’accusa di Sophie Sholl, la sorella giovanissima di
Hans Sholl, ventun’anni, c’era scritto più di una volta e
in diversi caratteri, la parola “Freiheit”. Hans Sholl,
prima di essere ghigliottinato, grida ad alta voce “è viva la
libertà!”. “Freiheit”, libertà. Questo è ciò che aveva
colpito chi ha fatto la mostra. Il progetto è nato del tutto
casualmente. Abbiamo proposto come “libro del mese”, come si
usa in CL, una raccolta di lettere e testimonianze di membri
della “Rosa Bianca”, proprio per valorizzare un pezzo di
storia nostra. Questa ha colpito molto chi l’ ha letta e
alcuni si sono messi in gioco dicendo: ma questa cosa va
approfondita, è troppo bella, colpisce troppo, è affascinante,
diamogli spazio. Così hanno fatto delle ricerche, hanno cercato
chi ancora è sopravvissuto, come la signora Knoop-Graf, che
ancora poteva raccontare qualcosa di questi eventi. Hanno letto
i testi, le lettere, le testimonianze. Ispirati dal Meeting,
questi amici tedeschi si sono detti “ma perché non fare anche
noi una mostra?”. Sembrava un’impresa un po’ grande, perché
tutti abbiamo tantissimi impegni. Però la passione e il
desiderio di comunicare questi volti e queste esperienze ha
mosso le persone a mettersi assieme e a ideare questa mostra,
che adesso, dopo essere stata presentata a Friburgo e a Monaco,
il posto in cui Hans e Sophie Sholl sono stati catturati e dopo
essere stata presentata alla Giornata Mondiale dei Giovani, la
settimana scorsa a Colonia, oggi è qui.
Vorrei
dare la parola alla signora Knoop-Graf, che dopo questa mia
piccola introduzione può veramente renderci partecipi dello
spirito di questi amici che si sono dati il nome di “Rosa
Bianca” e che hanno vissuto in quelle circostanze così
tremende, offrendo una testimonianza di vita, d’amicizia, di
libertà.
Anneliese
Knoop-Graf: Carissimi, questa mostra è stata organizzata per
ricordare i membri del gruppo “Rosa Bianca”. E’ dedicata a
loro, che si sono opposti al sistema terroristico del
nazional-socialismo in Germania e che per questo stesso regime
sono dovuti morire. La loro resistenza oggi significa quindi
eredità, memoria ed impegno.
Questa
eredità ci impegna ovviamente ad un costante ricordo, perché
va detto che dimenticare comporta sventura e disgrazia, mentre
ricordo e memoria significano redenzione. Significa che oggi noi
dobbiamo comprendere e capire bene il nostro presente,
soprattutto se il passato continua a vivere nel nostro presente,
se pur con dolore, con sofferenza e con vergogna.
Il
motto di questa mostra rappresenta il contenuto
dell’esposizione stessa e deve servire al visitatore proprio
da guida. Il 12 gennaio 1942 Hans Sholl scrive a un suo amico, a
proposito della cerchia che lui aveva fondato: “se tu potessi
vedere la gioia su questi volti, se tu riuscissi a vedere tutta
l’energia, tutta la forza che viene utilizzata e che ritorna
tutta intera all’interno della propria anima!”
Come
sorella di Willi Graf, sono una delle poche sopravvissute ad
aver conosciuto di persona questa cerchia di persone ed io cerco
ovviamente di dare il mio contributo nonostante la notevole
distanza temporale.
Per
me non è facile colmare questa distanza, fare questo passo
indietro nel tempo, perché il tempo con la sua energia che
cambia e modifica gli eventi riguarda anche me, quindi non è
escluso che la memoria degli eventi d’allora faccia qualche
scherzo e li modifichi in qualche modo.
Ci
ricordiamo bene che la “Rosa Bianca” era una cerchia libera,
di persone che condividevano gli stessi ideali, però senza una
struttura organizzativa chiara e senza una adesione ben
strutturata e anche senza delle istruzioni ben programmatiche,
fisse. Un gruppo di amici, se vogliamo, la cui dinamica aveva
portato anche contatti con l’esterno.
Dopo
tutto queste giovani persone erano isolate all’interno del
proprio popolo, con poca esperienza nel campo di agitazione
politiche ma sapevano molto di libri e di studi. Sicuramente non
conoscevano le strategie della cospirazione. Cosa avrebbero mai
potuto fare questi giovani se non una ribellione umana contro la
disumanità?
Nel
semestre invernale dell’anno 1942-1943 accolsi volentieri
l’invito di mio fratello di trasferirmi da lui a Monaco per
studiare e abitare con lui.
Il
12 novembre 1943 scrive così nel suo diario: “Annelise vuole
finalmente venire da me a Monaco e questo apre nuove
prospettive. Sarà importante, tra l’altro, che Annelise
riesca ad incontrare nuove presone. Anche di questo sono
emozionato. Vediamo che cosa ne uscirà.”
Quindi
mi introdusse nella cerchia di amici della “Rosa Bianca” e
questo in un momento in cui questo gruppo aveva già iniziato le
azioni di volantinaggio. Nessuna delle persone del gruppo
era un temerario, non erano persone che si buttavano,
tanto meno dei fanatici, degli esaltati o dei sognatori.
L’aspirazione al martirio era lungi da loro, non ci pensavano
affatto, anche l’eroismo non interessava a loro. E non erano
nemmeno degli entusiasti che avessero perso il contatto con la
realtà. Erano invece persone molto dotate, persone molto aperte
al mondo, che amavano la vita e che riuscivano a portare avanti
delle discussioni anche critiche all’interno del loro ambiente
e soprattutto fra loro stessi.
Questo
vale allo stesso modo per la cerchia del “Grauen Orden”,
quella dell’ “Ordine grigio”, di cui mio fratello aveva
fatto parte negli anni Trenta. All’epoca, gli incontri di
questo gruppo erano stati per Willi e i suoi amici l’unica
sorta di energia, di forza dall’esterno che aveva agito sulla
loro personalità. Decisiva era stata poi la necessità, da
tutti fortemente sentita, di realizzarsi e di farsi valere come
individui, anziché farsi assorbire dalla massa ed è chiaro
che, all’epoca, concretamente, la “massa” significava
l’onnipresente gioventù hitleriana.
Quando
all’interno della “Compagnia studentesca” universitaria di
Monaco, Willi Graf prese contatto con Hans Sholl, subito i due
si sono capiti benissimo, si sono intesi alla perfezione. Quando
Hans Sholl lo conobbe ancor meglio, comprese subito che Willi
era uno di loro. Questo scrisse Inge Sholl successivamente.
Quanto
importanti, quanto liberanti debbono essere stati questi
incontri, queste discussioni dopo mesi durante i quali Willi non
aveva potuto parlare a nessuno all’interno di questa cerchia.
Questo è dimostrato dagli appunti del diario e dalle lettere
che risalgono all’epoca. Lì si era esaudito uno dei desideri
di Willi, perché in una lettera del giugno del 1941, che lui mi
aveva scritto, diceva: “questo è veramente l’essenziale,
che può dare a tutte le nostre azioni senso e valore, perché
queste della cerchia sono persone con le quali si può convivere
bene, perché condividiamo un ideale e una visione”.
Se
si dà un’occhiata a tutte le lettere che sono rimaste, ai
disegni all’interno dei diari e si va ad approfondire questa
documentazione della cerchia, si ha subito l’impressione che
questi giovani abbiano trascorso la prima parte della loro vita
dedicandola alla formazione, all’istruzione, alla gioia e
all’amicizia.
Anche
i loro percorsi di vita, come si può vedere dalla mostra
stessa, erano stati molto simili, nel senso che tutti
provenivano da famiglie borghesi, da nuclei familiari molto
religiosi e, fin dalla loro infanzia, erano persone abituate a
pensare, a provare delle emozioni, erano persone
compassionevoli, quindi abituate a riconoscersi e considerarsi
in questo modo.
Oltre
a ciò erano tutti accomunati da una preparazione molto simile e
condividevano più o meno gli stessi interessi. Tutti i
documenti, tutti i reperti testimoniano di una grande cultura e
di una sensibilità artistica ben superiore alla media.
Nella
loro essenza invece erano diversi: coinvolgenti, timidi,
coraggiosi, audaci, avveduti o pieni di fantasia che
rimuginavano tra di sé. Ognuno aveva questi ingredienti a suo
modo. Inoltre condividevano l’amore per la musica, per la
poesia e per la lingua. Erano tutti anche molto interessati alla
storia, alla teologia e alla filosofia. Comunque si
distanziavano dal fatto di riconoscere il “padre-Stato” come
maestro e avevano un rapporto critico con la Madre Chiesa. Erano
elitisti, mai arroganti. Decisi e risoluti e sicuri di sé, ma
al contempo anche umili. Fin da subito quindi non sono stati
sorpresi dalle conseguenze che avrebbe avuto ciò che loro
stavano per fare.
Va
detto quindi che l’immagine che viene data da molte
pubblicazioni, come un gruppo assolutamente omogeneo, non
corrisponde a realtà. Voglio sottolineare con gratitudine e
riconoscenza che in questa mostra ogni singola personalità
viene caratterizzata con le sue particolarità e non avviene in
questo modo una generalizzazione, una omologazione che non
corrisponde al vero. A prescindere quindi da un accordo, da
un’armonia sulle questioni fondamentali, soprattutto nel
rifiuto senza compromessi nei confronti del regime, è chiaro
che all’interno di questa cerchia c’erano delle nature umane
assolutamente autonome, indipendenti. Individuale era quindi
anche il loro modo di vivere, il loro approccio spirituale, le
loro premesse famigliari. Individuale era il profilo umano che
ha portato ognuno a strade diverse, a sistemi di valore, a
pensieri diversi, come pure l’orientamento politico e il loro
percorso verso la fede.
Durante
le frequenti ed approfondite discussioni portate avanti insieme,
si giunse alla decisione di non stare più a guardare senza fare
niente, di non essere contrari solo in teoria, bensì di trarne
le conseguenze e di fare qualcosa di concreto.
I
loro colloqui si incentrarono sempre di più sulla questione di
quale fosse la forma più efficace della resistenza e sempre di
più prese piede il piano che prevedeva di creare una serie di
resistenze locali: persone che condividevano quell’ideale, che
andavano a lavorare per questo obiettivo nelle varie città e
nelle varie università, le quali andavano ovviamente formate e
fatte partecipare a questa azione.
Aldilà
degli impulsi diversi, individuali, si delineano dei motivi
trasversali che strutturavano la loro azione comune. Fin
dall’inizio era chiaro a tutti che la guerra non sarebbe stata
vinta ed era anzi già perduta. Quali sforzi spirituali ed etici
sarà costato a queste persone, provenienti da famiglie che
pensavano ancora in termini nazionali, per amore della patria,
dover portare avanti la sconfitta della Germania!
A
tutti era comune una profonda convinzione cristiana, che per
loro era consolazione indispensabile per l’azione, ma non per
un’attesa inoperosa. Questo atteggiamento risoluto non va
separato dalla decisione dell’opposizione politica. La fede
cristiana era per loro una sfida, ma al contempo un aiuto e una
promessa nel senso più alto della parola.
Fra
il novembre del 1942 e il febbraio 1943 ho partecipato assieme a
mio fratello ad alcune delle riunioni e delle letture della
“Rosa Bianca”. Durante questi incontri avevo notato il
rigore morale ma anche l’inconsueta vivacità intellettuale e
la tensione con la quale Hans Sholl particolarmente discuteva e
argomentava. In virtù della sua posizione e della sua forza di
convincimento, svolgeva il ruolo principale e coinvolgente in
questo gruppo. Era colui che pianificava, mentre noi altri,
anche Sophie e mio fratello, piuttosto assennato, piuttosto
timido, rimanevamo un po’ più sullo sfondo, come ascoltatori
silenziosi o partner riflessivi.
Andavamo
insieme a concerti, andavamo fuori a mangiare insieme, ci
incontravamo per delle discussioni o per un tè che Sophie
preparava con un samovar. Seguivamo insieme le lezioni del
professor Huber, ci incontravamo anche per delle serate di
lettura nell’ atelier “Eickmeier”.
Non sempre discutevamo solo e unicamente di cose serie.
I
temi dei quali ci occupavamo erano in genere di natura
letteraria, temi che mio fratello ha descritto in modo
appropriato nel suo diario con le seguenti parole: “Parliamo
di libri e persone”. La lettura era un aiuto, direi un aiuto
alla sopravvivenza.
In
mia presenza, in questa cerchia, non si parlava
mai del “piano” o della “costruzione”. Nel suo diario
mio fratello usava questi due termini, nomi in codice, come
perifrasi per descrivere le attività di resistenza. Ma io
capivo sempre più chiaramente che questa cerchia viveva una
vita scissa, separata, divisa tra il terrorismo di stato e
l’ebbrezza collettiva da un lato e la vita politicamente
vigile, permanentemente in pericolo all’interno di questa
cerchia d’amici.
Quando
poi il 18 febbraio 1943 vennero distribuiti i volantini presso
l’università di Monaco, mi ricordai dei discorsi e anche
delle considerazioni espresse in modo non velato, relative alla
necessità di una protesta chiara e visibile contro il regime.
Sebbene non sapessi nulla di concreto, intuì chi fosse
l’autore di questi volantini.
Dopo
che avevano catturato Hans e Sophie, anche Willi ed io fummo
arrestati nell’appartamento in cui vivevamo insieme.
Accompagnati da due funzionari della Gestapo, in fondo a
un’auto della polizia, ci tenevamo per mano silenziosi.
Poco
prima della sua morte, Willi ha dettato al parroco del carcere
delle parole rivolte a me. Letteralmente diceva: “Tu sei
destinata a tener viva la mia memoria e la mia volontà. Dì a
tutti i miei amici che questo è il mio ultimo saluto, anche
loro devono portare avanti ciò che abbiamo iniziato”.
Questo
sentimento, già negli anni Trenta, aveva una rilevanza
politica. La parola leale dell’amico si contrapponeva alla
menzogna pubblica generale. La reciproca fiducia si
contrapponeva alla sfiducia generalizzata. La libera decisione
di operare l’uno per l’altro come valore si contrapponeva al
cameratismo che veniva imposto dall’alto.
All’inizio
questi amici non miravano a un’opposizione aperta contro il
regime, ma in virtù della loro indole erano degli oppositori e
si differenziavano dalla generale omologazione dell’apparato
di Stato. Decisiva fu la domanda “Cosa dobbiamo fare?”. Ebbe
inizio così un’evoluzione, un percorso da uomini prima
apolitici, attraverso uomini inconsciamente politici, fino alla
fine diventare persone che agivano coscientemente in termini
politici.
Bene,
ora ci chiediamo: cosa ci attira tanto oggi quando ci occupiamo
della Resistenza? Non è forse anche l’integrità di queste
persone che agivano e che in quella fusione tra volere e agire
davano espressione alla verità?
Va
detto che il coraggio della Resistenza non è innato. La
Resistenza si sviluppa praticandola. Questo è un processo in
cui emergono più chiaramente le peculiarità degli individui,
molto più chiaramente che non in situazioni normali.
Ma
i posteri possono capire cosa significava in quel periodo dire
di no, tra tutta quella moltitudine di gente che diceva solo sì?
Chi
vive in una democrazia, come noi oggi, in cui tutte le opinioni
sono consentite, ha difficoltà a capire cosa significava
opporsi allo strapotere di un apparato dominante. Un apparato
tanto dominante, tanto potente, tanto prepotente da indurre
molti a tacere per apatia o in base ad una presunta ragione
oppure a causa di quella forma di ragionevolezza rassegnata che
offre sempre i migliori argomenti per il non agire, il non
parlare, il non reagire.
Eppure
la storia della “Rosa Bianca” non è un epos
eroico. Allo stesso modo questa mostra non va vista
semplicemente all’interno di una tutela dei monumenti. Non
dobbiamo avere l’impressione che si tratti di modelli
irraggiungibili. Questo sarebbe un cliché, tenendo conto
dell’atteggiamento interiore di queste persone. Loro stesse
non avrebbero gradito il pathos
dell’ammirazione, non avrebbero gradito essere considerate
alla stregua di eroi.
Con
tutte le loro imperfezioni indiscutibili, con tutte le loro
valutazioni errate, con tute le loro omissioni o l’impulsività
impaziente, addirittura anche con il loro fallimento, questi
esponenti della Resistenza assumono un profilo a-temporale.
Proprio in virtù di ciò che abbiamo detto, questi amici della
“Rosa Bianca” appaiono come persone con tutti i loro pregi e
le loro debolezze. Non si irrigidiscono in figure storiche o
eroiche. Diventano più vicine a noi, concrete, più umane.
Quello che deve rimanere è il ricordo e la memoria viva.
E’
proprio questo che la mostra vuole: essere all’altezza di
questo compito, del mantenere viva la memoria e sono i volti di
un’amicizia che potrete apprezzare anche voi. Io mi auguro, e
auguro anche a voi, che la forza che ne emana rifluisca per
intero nel vostro animo. Io vorrei che queste persone vi
rimanessero vicine come conoscenti, come parenti, come amici.
Moderatore:
Ringrazio la signora Knoop-Graf, che aveva all’inizio un po’
un timore. Prima mi diceva che a lei piace parlare alla gente,
ma che se c’è la traduzione tutto è appesantito, perché il
dialogo non può essere diretto.
Ci
avete testimoniato che invece lei è riuscita a parlare anche a
voi e ai vostri cuori e che la lingua non è stato un ostacolo.
Prima
di finire aggiungo due cose, la prima è di carattere più
tecnico.
Il
materiale raccolto da chi ha curato la mostra è molto e per
l’edizione italiana i testi dei pannelli sono stati ridotti,
per renderli più leggibili e accessibili. Nel catalogo invece
sono contenuti tutti i testi raccolti e le testimonianze
bellissime della “Rosa Bianca” Il catalogo è uno strumento
preziosissimo.
In
secondo luogo, sottolineo che se la signora Knoop-Graf ha finito
con l’augurio che i membri della “Rosa Bianca” possano
rimanere in noi come persone che stimiamo, che conosciamo, anzi
come amici. Io posso confermarle la mostra in Germania e alla
Giornata Mondiale dei Giovani è stata recepita così. Molte
persone sono rimaste molto commosse, perché le testimonianze
dei membri della “Rosa Bianca” toccano il cuore. Uno sente
che è vero, che dall’esperienza di allora ci separa il tempo
non il cuore. Il cuore è lo stesso. La verità è affascinante
oggi come allora.
Se leggerete
quella citazione terribile di Hitler, in cui spiega come lui
voleva che venissero educate le persone, secondo un ideale di
uomo in cui ogni bisogno sarebbe stato soddisfatto eccetto
quello della libertà, capirete che questo è un modo di
guardare l’uomo che c’è ancora oggi, che c’è sempre
nelle ideologie. Permettetemi di finire con una citazione di
Rovan, che è un lontano parente di Christoph Probst, in
un’occasione in cui anche lui raccontava dei membri della
“Rosa Bianca”: “La testimonianza di questi ragazzi non
deve impedirci di essere lieti né di pensare con gioia a coloro
che hanno sacrificato la loro vita. Molti di essi l’hanno
fatto, come Chris, i fratelli Sholl, Willi Graf e così via.
Hanno dato la vita. Non si va mai incontro alla morte con gioia,
ma si può andare incontro alla morte con la percezione di aver
compiuto ciò a cui si è chiamati. Posso solo augurare a ognuno
di voi, quando la sera penserete alla giornata trascorsa, di
avere la percezione di aver fatto ciò a cui siete stati
chiamati”.
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