Redazionali

grido e domanda di Giobbe

La mostra “Giobbe e l’enigma della sofferenza”, curata da Ignacio Garbajosa per il Meeting di Rimini e presentata dall’Associazione Rivela pone in primo piano la tragedia della sofferenza umana, incarnata dalla drammatica figura biblica di Giobbe. “ Io, grido a te, ma tu non mi rispondi, insisto, ma tu non mi dai retta. Sei diventato crudele con me e con la forza delle tue mani mi perseguiti; mi sollevi e mi poni a cavallo del vento e mi fai sballottare dalla bufera” (Giobbe 30, 20 – 22) Il grido disperato di Giobbe si rivolge ad un Dio silenzioso e apparentemente indifferente di fronte al suo dolore: egli chiede una spiegazione, un orizzonte di senso per il suo soffrire, e la sua richiesta si concretizza in una sola devastante domanda: come può un Dio buono permettere tutto questo? Il libro biblico di Giobbe propone in modo assai efficace ed attuale il tema della sofferenza umana e del dolore innocente; il grido di Giobbe dà voce al lamento universale dell’uomo nella storia: di fronte ai cataclismi naturali, agli incidenti, alle guerre, ai genocidi tanti esseri umani innocenti si sono interrogati e si interrogano sul destino che li colpisce inesorabilmente. L’uomo da sempre cerca un perché al dolore: è la potenza della sua ragione che lo spinge a cercare la radice profonda delle cose. La modernità tuttavia ha visto l’ottimismo della ragione illuminista e la pretesa di senso della scienza positivista naufragare nel nichilismo e nel pessimismo, nel momento in cui questi approcci culturali hanno dovuto misurarsi con le grandi tragedie del ‘900; dopo Auschwitz e Hiroshima l’umanità sembra sprofondata in orizzonte chiuso, caratterizzato da un dolore cieco, denso di nulla. La sofferenza infatti è un'esperienza universale, fisica o spirituale, che colpisce indistintamente grandi e piccoli, spesso senza una logica apparente. La stessa pandemia del Covid 19 di questi terribili giorni, che ha proiettato tanta parte dell’umanità nella sofferenza fisica e nel dolore per la perdita di persone care, ci costringe a fare nostra la domanda di Giobbe: perché si soffre? Perché Dio permette il dolore innocente? Quella di Giobbe è una domanda di senso; egli non si chiede solo il perchè della sofferenza, ma anche se vi sia qualcuno che lo ascolti. Non si accontenta della spiegazione del male compiuto come motivazione del suo destino, ma alza a Dio il suo grido in cerca di una risposta che riguardi lui, in cerca soprattutto di qualcuno che gli sia vicino nella prova e che gli offra una proposta di significato. Dio, da parte sua, non risponde alle domande di Giobbe, ma si presenta come un Tu con cui dialogare, e lo mette davanti allo spettacolo della creazione, che rimanda in ultimo alla presenza creatrice. L’unica certezza di Giobbe allora è che Dio c’è e che questo Dio è un Dio vivente, che fa sentire la sua Presenza nella storia, collocando anche il dolore in un orizzonte di positività. In questo mondo in cui crollano tutte le evidenze, il percorso di Giobbe ci invita a riconoscere la presenza di Dio in tutte le circostanze, anche le più buie e drammatiche, a prendere coscienza che questa Presenza ci permette di entrare in tutti i problemi senza esserne travolti. La presenza di Dio nel tempo passa per noi attraverso l’incarnazione di Gesù, avvenimento che assume su di sé il dolore dell’uomo, e ci incontra attraverso la Chiesa, volto concreto della misericordia del Padre. La domanda di Giobbe così trova una risposta nell’incontro con Cristo, speranza che non delude, che non ci risparmia la sofferenza, ma che ci accompagna in ogni istante nel nostro cammino e che ci permette di vivere la sofferenza con la pace del cuore.

Giovanni Bresadola

 

 

 

 

ARTICOLO SUL SETTIMANALE VERONA FEDELE DEL 26 APRILE  2020